Badanti, l'ufficio di collocamento è nelle parrocchie cittadine

Gli istituti religiosi danno una mano anche a chi non è in regola:
"Noi non siamo la questura. La porta di Dio è aperta a chiunque". Le suore che si occupano
delle liste: "Abbiamo
indiane, peruviane
e sudamericane, con o senza
documenti&quot;<br />

di Giulia Guerri

C'è il sacrestano filippino che ti offre sua zia. E poi la suora che ti chiede solo di dirle quello che preferisci: donna, giovane o più matura, con permesso di soggiorno oppure senza. Succede di tutto al crocevia del traffico di badanti, colf e baby sitter straniere. Anche episodi surreali come questi. Al di là di annunci e passaparola, gran parte delle immigrate che arrivano a Milano, trovano lavoro attraverso le parrocchie e gli istituti religiosi. Non importa se sono in regola o no. «Perché noi non siamo questurini - rispondono dalla chiesa -. Quando vengono qui, le ascoltiamo. E vediamo quello che possiamo fare». La mano di Dio è aperta e tesa verso chiunque, ripetono. Indistintamente e prima di tutto per i bisognosi.
Dopo il «mercato nero» di Cascina Gobba e quello all'aperto dei parchi pubblici, il viaggio nel mondo delle badanti continua nei luoghi di culto cittadini. Tutto comincia con una telefonata ad uno dei tanti ordini religiosi che ci sono a Milano per cercare qualcuno che possa assistere una coppia di anziani.
«Abbiamo donne e se vuole anche uomini - dice una suora straniera -. Di tutte le nazionalità: indiani, sudamericani, peruviani. Con o senza documenti». La lista dei nomi la tiene la direttrice ed è meglio parlare direttamente con lei, così ci si può mettere d'accordo su esigenze e disponibilità. La parte economica non la trattano loro, spetta alla famiglia prendere accordi con la ragazza. Ma, stando a quello che dicono le religiose, la cifra non dovrebbe cambiare nel caso in cui la persona sia in regola o senza permesso di soggiorno. «Se ne trova una che è appena arrivata - racconta una parrocchiana - magari prende anche 750 euro al mese. Ma poi stanno lì poco e se ne vanno subito».
La signora Antonietta è una delle tante volontarie che una volta alla settimana gestiscono i centri di ascolto delle parrocchie. Sono loro che hanno in mano le famose «liste», che sono a conoscenza del movimento di domanda e offerta, che raccolgono referenze, paese di provenienza delle ragazze, età, e quant'altro. «Chiediamo i dati, sappiamo da dove arrivano e dove hanno lavorato. Ho lì un archivio con più di cento nomi» spiega lei. «Tutte con il permesso di soggiorno - giura -. Ma se proprio la vuole senza, le abbiamo». A rischio e pericolo di chi le prende, perché essere in regola - è una delle prime cose che dicono le volontarie e che ripetono anche in chiesa - è una garanzia per chi le impiega e per chi lavora. Non tutte le parrocchie però fanno questo servizio di mediazione: ci sono quelle che preferiscono indirizzare le persone agli uffici per badanti del Comune di Milano; quelle che hanno solo straniere con i documenti e che non terrebbero mai una irregolare. E quelle che invece all'ingresso della sagrestia hanno dedicato persino una bacheca agli annunci per chi cerca lavoro. Dove chiunque può entrare e lasciare lì un foglietto con i propri recapiti, una brevissima referenza e la disponibilità. Con una scritta poco più in alto che avvisa che si tratta di «Richieste varie di aiuto senza mediazione o responsabilità del centro di ascolto».
Già perché poi c'è anche tutta l'altra partita, quella della fiducia. «Le ragazze che vengono da noi sono fidate - dice la suora -. Ma non ci metterei le mani sul fuoco». Mentre in un centro di ascolto ti rispondono che tengono solo i nomi di chi le ispira. «Se le diamo qualcuno, è referenziato e può stare tranquilla, anche se non è in regola», assicura il sacrestano filippino. E come faccio a non credergli: mi aveva offerto persino sua zia.