La «bagatella» pascoliana chiude questa storia

Illustrissimo Granzotto, avendo ricordato la massima di Mario Missiroli, direttore storico del «Corriere della Sera», che nulla vi è di più inedito della carta stampata, mi consenta, forte di ciò, di tornare sullo scivolone nel quale è incorso attribuendo al grande Giosuè Carducci una bagatella di Giovanni Pascoli. Sappia che la risibile giustificazione della sua cantonata non ha soddisfatto nemmeno il lettore più compiacente. Sappia che le sue acrobazie logiche e verbali non incantano principalmente il sottoscritto, cresciuto a Carducci e ad amor di Patria. Locché, rifaccia ammenda.


Caspita, più che illustrissimo De Gennaro: locché non lo vedevo scritto dai tempi in cui Berta filava. Perlocché ogni tanto càpita, ma il secco locchè, be’, è una rarità. Complimenti. Ora, però, voglio sbigottirla io: sappia, lei che da quel che leggo lei è un carducciano sfegatato, che le argomentazioni a mia discolpa per l’increscioso qui pro quo risulterebbero, seppur involontariamente, di stampo carducciano. Quindi, ai suoi occhi, impeccabile. Neanche settantadue ore dopo la topica, senta cosa ti vado a leggere ne «La corte dei Savoia» di Carlo M. Fiorentino (edito dal Mulino), un libro solido e circostanziato che comunque raccomando ai cultori della scena e del retroscena di quel grande spettacolo che è la storia. Inutile che proprio a lei, caro De Gennaro, stia a ricordare che il furente repubblicano Carducci si sciolse come un moccolo alla fiamma dell’«eterno femminino regale», ovvero sia della bionda, elegante (e soprattutto sua fervida lettrice e ammiratrice) Regina Margherita. Tanto da voltar gabbana, indossarne una blu Savoia e dedicarle un’ode che più di un’ode era una sviolinata. Bene, nel novembre del 1878 al poeta si presentò l’occasione di avvicinarsi, di parlare, anche, con Margherita (poi ne ebbe altre ed anche più intime, senza che nessuno debba leggere in quest’aggettivo alcunché di malizioso). In qualità di membro della commissione accademica che doveva porgere gli omaggi ai sovrani, giunti in Bologna, in marsina, gilet, cravatta bianca e guanti Carducci se la trovò dunque finalmente di fronte. Però, «irretito dalle espressioni di ammirazione - riporta Carlo M. Fiorentino - che Margherita gli aveva rivolto appena le fu presentato, fu preso dall’emozione. Gli venne meno il tempo e forse anche l’animo a presentarle rispettosamente un saluto e l’apostrofò Signora, non Regina».
Ora facciamo il piccolo sforzo di storicizzare l’avvenimento, interpretandolo alla luce del contesto, del clima di quel tempo: chiamare signora una sovrana, e in più la prima delle (poche) sovrane d’Italia, in pieno tripudio monarchico, be’ era cosa da andarsi a nascondere sotto un mattone specie se quello risultato falso era il passo del Vate della Terza Italia. La gaffe fece il giro del Paese e sa, caro De Gennaro, come volle cavarsela Carducci? Diffondendo questa nota alle gazzette: «Come al Re nel vocativo si dice Sire, così alla Maestà della Regina d’Italia si dice Signora». Insomma, aveva ragione lui, tal quale l’umile sottoscritto con la questione dell’improprio addebito al cantore dei cipresseti di una - come l’ha chiamata? - una bagatella di Giovanni Pascoli. Ergo, sono un carducciano nell’animo. Quindi affrancato d’ogni colpa. Ed ora una preghiera ai lettori che seguitano a bombardarmi di pepate missive: ho pagato con gli interessi il mio debito, ho scontata la mia pena. Per cui sapete cosa c’è di nuovo? Con ’sta storia, basta.