Bagdad prima illude poi gela Obama: «No al ritiro degli Usa»

Barack Obama dice che l’America non può permettersi di perdere la guerra in Afghanistan. Giusto. Critica il presidente Karzai per «non aver fatto abbastanza per la ricostruzione del Paese». Incontestabile. Annuncia, se verrà eletto presidente, una politica estera nuovamente incentrata sul dialogo e sulla cooperazione con gli alleati, innanzitutto europei. Da applausi.
Eppure in queste ore il candidato democratico si accorge che il mondo è più insidioso di quanto immaginasse osservandolo da Washington. Ieri ha concluso la prima tappa a Kabul ed è subito scivolato a Bagdad. Nulla di drammatico, sia chiaro. Ma sabato i suoi collaboratori sono stati troppo precipitosi nel compiacersi per l’intervista concessa dal premier Maliki allo Spiegel online, in cui quest’ultimo annunciava il sì al piano di Barack Obama per il ritiro totale delle truppe entro la primavera del 2010.
Un colpo di scena, subito enfatizzato dai media, a causa anche della goffaggine di un funzionario dell’ufficio comunicazione della Casa Bianca, che ha inviato a tutti i giornalisti accreditati il lancio di agenzia con le dichiarazioni del capo del governo di Bagdad. Il memo doveva essere spedito solo a un numero ristretto di personalità dell’amministrazione, ma l’addetto ha sbagliato tasto, con effetti disastrosi. I media hanno dedotto che la Casa Bianca attribuisse molta importanza alle frasi di Maliki e dunque la notizia è stata data con grande risalto negli Stati Uniti.
Ma ieri pomeriggio è cambiato tutto, come capita sovente nel dialogo, spesso tortuoso, tra media e diplomazia. Il primo ministro iracheno ha emesso una nota in cui afferma di essere stato frainteso e tradotto male dal settimanale tedesco. Precisa che la sua posizione non è cambiata rispetto all’incontro con Bush e che pertanto si oppone alle proposte di Barack Obama. Un annuncio fermo e questa volta inequivocabile, diffuso poche ore prima che il candidato democratico lasciasse Kabul diretto proprio a Bagdad. Come messaggio di benvenuto non è proprio dei più calorosi, tanto più che lo stesso capo della Casa Bianca ha lanciato un duro avvertimento; non in prima persona, ma tramite uno dei massimi consiglieri, l’ammiraglio Michael Millen, presidente del Joint Chiefs of Staff, il quale ha affermato che fissare un termine di sedici mesi o due anni per l’uscita delle truppe del Paese sarebbe «molto pericoloso». Insomma: l’establishment politico-militare di Washington non gradisce la linea di Obama, il quale può perlomeno contare sulla simpatia del popolo iracheno, che, secondo i sondaggi, lo giudica con benevolenza.
A Kabul il senatore dell’Illinois è riuscito ad evitare attriti con il presidente Karzai e nelle immagini diffuse dall’esercito (nessun giornalista è stato ammesso al seguito) entrambi sono apparsi distesi, sebbene il candidato democratico abbia definito la situazione nel Paese «precaria e da risolvere urgentemente», tra l’altro spostando qui una parte delle truppe che egli intende richiamare proprio dall’Irak. La visita a Bagdad si annuncia assai più delicata, anche perché John McCain è pronto a sfruttare errori, contraddizioni, sbavature del rivale.
Intanto la squadra di Obama distrae l’opinione pubblica, annunciando il luogo dell’attesissimo discorso a Berlino. Barack sognava la porta di Brandeburgo, come Reagan nel 1987, ma la Merkel l’ha ritenuto inopportuno. E allora giovedì 24 parlerà nel Tiergarten Park, di fronte alla Colonna della Vittoria.
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