Bagdad zittisce Prodi: pensi alla fine di Mussolini

Calderoli: «Lezione di stile. Bene ha fatto il premier Maliki a chiudere la bocca ai tanti grilli parlanti»

da Roma

La conclusione violenta di una vita violenta, la fine esemplare di Saddam Hussein semina perplessità, accende discussioni, fa scattare una sequenza di manifestazioni di sdegno e biasimo un po’ in tutta Europa, con l’Italia in prima fila nel condannare la sentenza irachena.
I toni più duri vengono adottati soprattutto dall’Unione che cerca, secondo una prassi consolidata, di buttarla in politica e dichiarare corresponsabile il governo Berlusconi. Una esasperazione, quella dei commenti nostrani al patibolo del dittatore, che arriva a toccare la sensibilità del governo iracheno che accende una polemica diretta e frontale con il nostro esecutivo. In una intervista telefonica all’emittente Tv di stato Al Iraqiya, Yassim Majid, uno dei consiglieri del premier iracheno Nuri al Maliki, respinge le critiche avanzate nei confronti di Bagdad da diversi paesi europei («sono affari interni dell’Irak»). Ma soprattutto replica al premier Romano Prodi ricordando un «precedente»: quello di Benito Mussolini, «processato per un solo minuto prima di essere ammazzato» (circostanza su cui, in verità, da sempre esiste un dibattito tra gli storici con alcuni che propendono per la teoria della condanna a morte comminata dal Clnai e altri che la liquidano come un semplice atto d’impulso).
«Coloro che ci criticano hanno forse dimenticato i crimini commessi dal regime di Saddam Hussein contro gli iracheni e contro l’umanità», premette Yassim Majid. L’esponente iracheno poi sposta il tiro e invita il presidente del Consiglio dei ministri italiano a ricordare che «alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta "Benito Mussolini" gli ha detto: il tribunale vi condanna a morte. E la sentenza è stata eseguita immediatamente». «I Paesi europei che condannano l’esecuzione, dovrebbero ricordare che non hanno il diritto di interferire negli affari degli altri paesi, che hanno le loro proprie leggi», conclude Majid.
L’argomento è delicato e rischia di riaprire ferite storiche mai del tutto rimarginate. E così, complice anche il giorno di festa, la politica italiana ignora la «provocazione» del governo iracheno. Unica eccezione quella della Lega che, con Roberto Calderoli, sposa in pieno la replica al vetriolo del capo del governo di Bagdad. «Bene ha fatto il premier Maliki, per voce del suo consigliere, a chiudere la bocca non solo a Prodi, ma anche ai tanti grilli parlanti che hanno parlato in questi giorni» dice il coordinatore della Lega. «Non solo a casa nostra la giustizia si è fatta senza processi, non solo la stessa è stata fatta nei confronti di un dittatore ma anche della sua compagna - aggiunge Calderoli - ma ne sono stati anche vilipesi i cadaveri pubblicamente. E, dulcis in fundo, siede nel nostro Senato, come senatore di diritto a vita, un presidente emerito della Repubblica che ha avuto parte nell’ultima condanna a morte eseguita in Italia. È triste - conclude il senatore leghista dover ammettere che anche il leader iracheno può darci lezioni di democrazia e di stile».
Un riferimento alla cattiva coscienza di certa sinistra arriva anche dall’azzurro Antonio Martino. «È grottesco che la sinistra italiana pianga per Saddam quando non è ancora riuscita a dire una parola chiara su Piazzale Loreto. Quello sì che fu una vergogna. Non vi fu alcun processo, Mussolini e la Petacci vennero appesi per i piedi, una cosa da selvaggi. E la Petacci era innocente. Ora tutte queste belle anime della sinistra si stracciano le vesti per Saddam. È una corale manifestazione di ipocrisia, vedono la pagliuzza nell’occhio del vicino ma non la trave che loro stessi hanno nell’occhio». Inoltre, continua l’ex ministro, «Prodi si dice sgomento. Perché? Ha forse perso un congiunto? Io sono contrario alla pena di morte e le preoccupazioni per l’odio antioccidentale non sono infondate. Ma a forza di preoccuparci finiamo con l’automutilarci. Abbiamo già nascosto i simboli del Natale. Ora basta. Se costoro hanno un’antipatia nei confronti degli occidentali il problema è loro».