Baggio la butta lì: "Un giorno potrei fare l’allenatore..."

Il Codino era l’unico grande del calcio a esserne rimasto fuori dopo il ritiro. Ora dice: "A me piacciono le sfide"

Talmente discreto che ognuno poteva immaginarlo nella parte del mondo che desiderava: a caccia di un cervo rosso nelle pampas argentine, oppure sulle note di un mantra a liberare i suoi pensieri. Roby Baggio sparito e così ci piaceva tantissimo, misterioso, irraggiungibile, perfetto per celebrare il nostro calcio, vero eroe fragile, rotto, più di Paolo Rossi, di Gigi Riva, ma poi vive ancora a Caldogno? E i cani, li ha sempre i cani? È così affascinante la vita di chi si è perso di vista. Non tanto la sua, ma così come ce la immaginiamo noi, perché senza un contatto e senza un riferimento tutto è possibile, ma il codino se l’è tagliato?

Adesso nell’era del dovunque tu sia lasci una traccia, ecco che Roby spunta da una porta virtuale con la più temuta delle minacce: «Potrei prendere in considerazione l’ipotesi di diventare un allenatore». Per fortuna resta ancora molto condizionale nella sua dichiarazione, qualcosa che lascia quel minimo di incertezza che tiene vivo l’imponderabile. E poi aggiunge: «Sarebbe una sfida e a me le sfide sono sempre piaciute». Una volta Roby Baggio ci provò con Giovanni Trapattoni. Era la vigilia del primo mondiale asiatico della storia e tutto sembrava talmente perfetto da mettere paura. Il Trap era il maestro di tutti i maestri, Baggio il più amato degli italiani e il Giappone la chiesa del calcio mondiale. Disse: «Sarei pronto a portargli la valigia al Trap». Meraviglioso. Ma il tecnico di Cusano Milanino, più preparato alle marmitte che alla meditazione, non si lasciò impietosire. Era una sfida, a volte si vince altre si perde. Baggio poi ha continuato per altri due anni, tanti gol, la coda che appariva e spariva. Buddista lo era già, fedele alla Soka Gakkai, si parla e prega in cinese antico tradotto dal sanscrito e pronunciato alla giapponese. Ci lascia sempre un po’ lì questa cosa. Dicono, ed è vero, che gli abitanti di Caldogno quando passano davanti alla sua villa diminuiscano il numero dei giri delle automobili per non disturbare. E chi fa quella strada in bici, non potendo fare altrettanto, si ferma un attimo, appoggia un piede a terra e resta lì in attesa che accada un pretesto per andarsene. Gli altri continuiamo a ricordarselo in una notte magica mentre fa slalom alla Repubblica Ceca e un gol alla Peppino Meazza.

Allora magari farà l’allenatore. Il corso a Coverciano non glielo faranno fare, promosso. In America si puntò un dito alla tempia quando Sacchi decise di metterlo fuori perché la nazionale era rimasta in dieci e lui era il più inutile. Divise l’Italia prima di tirarla giù dall’aereo contro la Nigeria per regalarle la quinta finale mondiale della sua storia. Col Brasile finì male: «La rigiocherei nello stesso modo, anche se perdere un titolo mondiale dal dischetto del rigore è un delitto». Palla sopra la traversa, un’immagine stupida che continua a darci emozioni, lui che abbassa la testa e si mette le mani sulle ginocchia: «Ho dato consigli a qualcuno ma non mi sono mai sentito superiore a nessuno».

I convertiti alla Soka Gakkai all’aldilà pensano poco, conta più l’aldiqua, se Baggio torna il campionato gli renderà grande tributo, i presidenti chissà, certo che saperlo su una panchina, magari d’inverno, un po’ ci smonta.