Baglioni: «Con O’ Scià porto il pop ai confini d’Europa»

Nel cast anche Bertè, Raf, Cocciante, Khaled e Mango

Paolo Scotti

da Roma

Per anni è stato solo il cantante dei sentimenti. Delle magliette fini, dei piccoli grandi amori. Una vena tanto melodica e carezzevole da mandare in sollucchero i fan, quanto in bestia i detrattori. Ma da qualche tempo Claudio Baglioni s'è scoperto diverso: «Ho 55 anni - considera lui -. Un'età in cui si comincia a pensare che, venuto il momento di abbandonare questo mondo, bisognerebbe lasciarlo un po' meglio di come lo si è trovato». Il ripensamento sociale del cantautore romantico si chiama O' Scià: un festival piccolo e prestigioso, che già da quattro edizioni Baglioni ha voluto ambientare in un posto impossibile, lontano dai circuiti convenzionali e quasi dalla vita civile, come l'isola di Lampedusa. «L'idea era quella di convogliare l'attenzione su questo angolo di mondo, il lembo d'Europa più a Sud che esista, per ricordare a tutti il dramma quotidiano che vi si svolge - quello dell'immigrazione clandestina - e, assieme, per offrire l'occasione a uomini e artisti diversi di conoscersi fra loro; di rompere attraverso la musica la reciproca diffidenza». Suggestiva la cornice (la bianca spiaggia di Guitgia), ragguardevole il cast (assieme a Baglioni si esibiranno, fra gli altri, Khaled, Baccini, Bertè, Cocciante, Di Michele, Fogli, Finizio, Mango, Ranieri, Raf, Tatangelo, Zarrillo), altisonanti le referenze (oltre il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio, anche il Commissariato Onu per i Rifugiati ed Amnesty) per cinque giorni, il 23, il 26, e dal 28 al 30, di musica e riflessione. «Il bene che O' Scià sta facendo alla nostra isola è straordinario - rivela il sindaco di Lampedusa, Bruno Siragusa -. Ad esempio, richiamando l'attenzione dei media sui nostri problemi, ha ottenuto che il nostro centro di prima accoglienza potesse fornire assistenza professionale. E che il ministro delle infrastrutture, Di Pietro, promettesse di venire a constatare i nostri guai nel porto». Entusiasta di O' Scià è Laura Boldrini, del Commissariato Onu per i Rifugiati: «L'iniziativa di Baglioni umanizza un fenomeno sempre più spietato, che spesso viene strumentalizzato politicamente. Mentre invece è soprattutto una terribile tragedia umana». Certo, ne sono passate di note sotto i righi musicali, da quando l'ex disimpegnato artista venne fischiato a Torino (ricordate?) per aver «osato» comparire in un concerto di Amnesty International, accanto a colleghi socialmente superschierati come Sting o Peter Gabriel... «Fu una mia ingenuità calcare quel palco. Per un decennio m'ero tenuto in disparte. Ero convinto che un artista dovesse piacere a tutti, e per questo tenere nascosta la sua fede politica, religiosa, perfino calcistica. Ma poi avevo capito che era arrivato il momento di fare qualcosa. Magari sbagliando; ma comunque qualcosa». «E oggi - riflette la Boldrini - occuparsi d'un tema impopolare come quello dell'immigrazione clandestina, rischia d'essere un compito molto più scomodo». «In effetti cantare per la lotta contro i tumori è più facile - osserva lui -. Ma quando ci si espone per temi come questo viene sempre il sospetto che si compia solo un'operazione di marketing. D'altra parte meglio fare, piuttosto che non far nulla». Riguardo i colleghi che molto prima di lui si fecero portavoce di battaglie civili, «ogni tanto qualcuno di loro mi diceva: “mi sono stufato. Ho fatto i soldi e non posso comperarmi nulla, perché sono un cantante politico”. Ora le cose sono cambiate. E gli artisti impegnati di allora hanno barche lunghe quaranta metri».