Bagnasco: «Basta odio politico bisogna arrivare al disarmo»

nostro inviato ad Assisi (Perugia)

«Pregiudiziale contrapposizione» e «atteggiamenti di odio» inquinano il dibattito politico e mettono in pericolo l’Italia: occorre «un disarmo». È quanto ha affermato ieri il cardinale Angelo Bagnasco aprendo i lavori dell’assemblea generale della Cei ad Assisi. Il presidente dei vescovi ha detto che nel nostro Paese, «si registra un’aria di sistematica e pregiudiziale contrapposizione, che talora induce a ipotizzare quasi degli atteggiamenti di odio: se così fosse, sarebbe oltremodo ingiusto in sé e pericoloso per la nazione». «Si impone – ha continuato Bagnasco – una decisa e radicale svolta tanto nelle parole quanto nei comportamenti», altrimenti «verrebbe prima o poi a inquinarsi il sentire comune, con conseguenze inevitabili in termini di sfiducia e disaffezione verso la cosa pubblica».
Occorre dunque, ha spiegato il cardinale «svelenire il clima», perché la gente, con i suoi problemi, «ha il diritto» di sentirsi «al primo posto rispetto alle preoccupazioni» che rimbalzano dal dibattito «sia pubblico che privato». Per questo, pur riconoscendo il valore della dialettica, inseparabile dalla democrazia, Bagnasco chiede «una sorta di disarmo rispetto alla prassi più bellicosa» della politica, che «è anche la più inconcludente», superando le «matrici ideologiche che sembrano talora rigurgitare da un passato che non vuole realmente passare».
Il Paese, ha detto ancora il presidente della Cei, «deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito. Il nostro popolo che tanti sacrifici ha affrontato e affronta, gradirebbe davvero – fa osservare Bagnasco – uno scatto in avanti nel segno della risolutezza e del superamento delle campagne denigratorie come delle polemiche strumentali».
Nella prolusione, il presidente della Cei non ha sfiorato le polemiche sulla vita privata dei politici né ha mosso critiche al governo, come pure non ha accennato ai movimenti per la costituzione della Cosa bianca centrista. Ha parlato, invece, del via libera alla pillola abortiva Ru486, che «non ci ha convinto né come cittadini né come pastori» e «a questo punto, ciascuno naturalmente si fa carico delle proprie responsabilità circa gli effetti concreti sulla salute delle persone che vi ricorreranno». Bagnasco ha quindi chiesto «la possibilità dell’obiezione di coscienza agli operatori sanitari, compresi i farmacisti e i farmacisti ospedalieri».
Sull’ora di religione islamica, il cardinale ha sottolineato che l’insegnamento della religione cattolica «non è un’ora di catechismo, bensì un’occasione di conoscenza che si vuole assicurare circa quei principi del cattolicesimo che fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano». E si è anche augurato che alla scuola libera siano reintegrati i fondi inizialmente previsti e successivamente decurtati.
Un paragrafo della prolusione è stato dedicato alla recente sentenza della Corte di Strasburgo sui crocifissi nelle scuole italiane, che Bagnasco ha definito «surreale». «Bene ha fatto il governo ad annunciare ricorso – ha detto il cardinale –. Lungi infatti dal minacciare le responsabilità educative della famiglia e quelle laiche di ogni Stato moderno, il crocifisso nella molteplicità dei suoi significati può suggerire solo valori positivi di inclusione, di comprensione reciproca, in ultima istanza di amore vicendevole».
Per il presidente della Cei il «sorprendente pronunciamento» deve fare riflettere «su una certa ideologia» che emerge «nelle circostanze più delicate» della vita europea, quella «di un laicismo per cui la neutralità coinciderebbe con l’assenza di valori, mentre la religione sarebbe necessariamente di parte». Una posizione che il cardinale definisce «un’impostura», mai espressa «dalla storia e neppure dalla volontà politica degli europei». Bagnasco individua qui «il tentativo di rivalsa che esigue minoranze culturali» dietro al «volto apparentemente impersonale della burocrazia comunitaria, perseguono sulle libere determinazioni dei popoli». Ma così facendo l’Europa «si allontana sempre di più dalla gente».