Bagnoli, 70 anni di calcio tra Gary Cooper e la Bovisa

«Non mi piacciono gli anniversari, le feste, i regalini ma questa età è bella. Riascolto la musica di quel film del ’57 e mi emoziono, come sul ponte della Ghisolfa»

Tony Damascelli

Quando riascolta Fascination rivede «el Garicuper» e alùra l’Osvaldo si emoziona come gli accadeva nel Cinquantasette. Il film si intitolava Arianna, c’era la Hepburn e c’era el Garicuper, al secolo Gary Cooper che faceva il cascamorto. Osvaldo Bagnoli, detto Zaso, crasi di zazzera e naso le due cose che si portava appresso quando l’era un «giuinòt», va a compiere settant’anni. «Bela roba quelalì», non è cambiato di un amen, era timido e tale è rimasto nonostante abbia in salotto una valigia di onori, nonostante abbia fatto bene e benissimo in campo e in panchina, vincendo lo scudetto da calciatore con il Milan e da allenatore con il Verona detto Hellas: «La sola squadra che mi fa ancora saltare sulla sedia allo stadio, per un gol».
Settant’anni dell’Osvaldo sono settant’anni di un uomo che ha ancora un pezzo di cuore alla Bovisa: «Via Candiani, al civico 104, casa di ringhiera, primo piano. Il gabinetto stava fuori, lo chiamavamo «tualèt», lungo il corridoio del balcone. La casa è rimasta uguale ma è stata trasformata in una serie di bilocali, con tualèt interna. Allora era un due stanze e basta. Io ho imparato a seguire un detto dell’Eugenio, di Bersellini. Quando il calcio andava in vacanza per due mesi lui diceva ai suoi calciatori: per una settimana, se potete, tornate nel luogo dove siete nati. E io quando vedo il ponte della Ghisolfa sento qualcosa dènter che si muove».
Ecco che Osvaldo ritorna Zaso, bello fresco, ai tempi in cui conobbe la Rosanna a Verona, in una festa in casa, e Arianna era il titolo del film al buio del cinematografo che li fece diventare «morosi» con quella musica fascinosa: «Ha avuto pazienza con me ma anche io con lei. Andiamo insieme allo stadio, il Verona mi ha dato due tessere e quest’anno ho perso soltanto due partite».
Va in Romagna a festeggiare i settanta: «Certe feste non mi piacciono, va bene a Natale ma onomastici e compleanni per piacere, tutti quei regalini. Intanto settanta sono già andati. Ma va bene così, faccio quel cavolo che voglio, sono stato fortunato, ho avuto molto, ho messo da parte qualche risparmietto, la salute mi accompagna, mi concedo una corsetta, la doccia e mi sento bene. Leggo e sento certe cose del football che mi fanno ridere, il linguaggio, le ripartenze, i numeri della tattica. Me disen che oggi fanno fatica, una volta de pù. Una volta le auto andavano a 80 all’ora adesso viaggiano a 250».
Bagnoli illustrò un giorno il concetto con la teoria dei polli. «Quelli di aia, ruspanti vivono liberi e hanno un buon sapore. Quelli di allevamento sono tutti uguali, blindati e non sanno di niente». Tradotto nel football significa che la tecnica e l’estro vanno lasciati liberi, il resto è noia, oppure regola: «Che io ho sempre rispettato». Secondo Brera l’Osvaldo era Schopenhauer, perché come il tedesco filosofo sapeva ragionare di calcio come volontà di vivere.
C’è un altro Bagnoli in circolazione? La domanda finisce in tualèt: «Sarei troppo pieno di me se rispondessi. Le dico che a parte i coetanei che non mollano, tipo Trapattoni e Mazzone, mi piacciono Lippi e poi Capello che venne alla Spal da ragazzino, quando io avevo ventotto anni. Capii che era un predestinato, giocava a testa alta, era già un allenatore. E poi Ancelotti, c’è qualcuno che può dire qualcosa contro Ancelotti? E Zeman è il solo a giocare un football veramente d’attacco, non come gli altri a parole, con i fatti. Purtroppo non pensa alla difesa e allora mi “incasso” quando lo vedo perdere partite che potrebbe vincere facilmente. Però al primo posto c’è il Pippo, c’è Marchioro che è stato il mio maestro, perché era uno che sapeva di calcio, anche se a differenza mia aveva un carattere fumantino, si accendeva come un fiammifero, adesso sta in Toscana. Dei calciatori dico che il più bravo è Totti ma mi ha deluso, come uomo, come capitano, come campione, forse soffre l’eccessiva pressione».
Zaso Bagnoli, ha un carattere tendente al mite: «Ma se domandate a qualche amico vero scoprirete che so divertirmi eccome, il fatto è che ho scelto di stare in difesa. Ho conosciuto grandi club, il Milan, il Verona, l’Inter, il Genoa. Oggi mi piacerebbe allenare la Juventus perché qui lì anche se cambiano i reggenti sono sempre gli stessi, hanno una voglia di vincere, da quando li conosco, non sono mai cambiati».
In verità un giorno accadde che dopo uno Juventus-Verona di coppa campioni a porte chiuse, con lo scandaloso Wurtz che non vide un mani grande come la Mole Antonelliana in area juventina, Bagnoli diventò come il Marchioro di cui sopra e quando negli spogliatoi apparvero due carabinieri in normale servizio, ringhiò: «Se cercate i ladroni sono di là». E Zaso non ha dimenticato: «Allora fu sfacciato quel mani, Fontolan stava per deviare di testa e Serena colpì con la mano, era rigore, contropiede loro, gol e dal sacrosanto 1 a 1 si passò al 2 a 0. Sbottai, ne avevo ragione. Ma la Juve è la Juve, con Boniperti o la troika, semper i stèss».
Zeman, la Juve, Bagnoli parla anche di doping. «Sì, anche ai miei tempi giravano pastiglie, io non sono di quelli che dicono mai viste, mai sentite, mai prese di sicuro, mai fatta una flebo ma negli spareggi, nelle partite decisive qualcosa spuntava. Io quando avevo mal di testa prendevo una «gibalgina» (testuale), quella sì. Non amo i forse, non mi piacciono le voci. Non devono parlare gli ex calciatori ma i medici. Oggi il mondo è peggiorato, guardate quello che sta accadendo al Genoa, roba da matti, comprano l’ultima partita contro l’ultima in classifica. E dire che dopo il Verona proprio il Genoa mi scalda ancora». Come el Garicuper e la Ghisolfa. Auguri e alègher.