La «Baistrocchi» è solo una i baistrocchini sono tanti

Alessandro Massobrio

Secondo la più scrupolosa par condicio, dopo aver dato la parola ad alcuni esponenti della Bai Bai Calla, ascoltiamo ora la voce dell'altra compagnia goliardica genovese, la Mario Baistrocchi, che tra l'altro è stata riconosciuta dalla Regione Liguria come associazione dotata di personalità giuridica. Non si tratta, in realtà, di una sola voce, ma di due. A scambiare quattro chiacchiere con noi si sono infatti presentati due baistrocchini, per così dire, storici: Pietro Rossi, regista ed autore di testi, e Marco Vincentelli, che nella Baistrocchi si è formato come uomo di teatro.
Incominciamo con Pietro Rossi. Che cosa le è sembrato non accettabile nell'articolo precedente?
«Guardi, non ho intenzione di far polemiche circa la maggiore o minore professionalità che caratterizzerebbe le due compagnie. È giusto però che si sappia che l'obiettivo principale della Baistrocchi è sempre stato quello della beneficenza. E questo nel suo precedente articolo mi è sembrato che venisse sottaciuto. Il che francamente ci ha fatto male. Noi abbiamo, nel corso degli ultimi anni, erogato ad enti benefici e caritativi decine e decine di milioni. Penso ad una autoambulanza per la rianimazione all'ospedale di Sampierdarena, intitolata a Giovanni Borghi, un grande baistrocchino. Quest'anno, è stata invece la volta di una nuova apparecchiatura terapeutica contro il diabete, di cui l'ospedale di S.Martino era sfornito e che noi abbiamo messo a disposizione dell'intera comunità con diecimila euro di spesa».
Diciamo allora che la beneficenza è un obiettivo comune, senza che nessuno ne possa pretendere l'esclusività. Ma passiamo all'aspetto più strettamente artistico. Voi fate molte prove, quelli del Bai Bai Calla molto meno. C'è in tutto questo qualche elemento di maggiore o minore goliardicità?
«Io direi che qui la goliardicità c'entra ben poco - mi risponde Marco Vincentelli - Le prove dei nostri spettacoli durano mesi e mesi a ritmi sostenutissimi. Ritmi che evidentemente possono essere eccessivi per persone non più giovanissime, che invece con pochi giorni di prove e tre giorni di spettacolo concludono le loro fatiche. Pensi che noi mediamente facciamo trenta/quaranta spettacoli, preceduti da almeno tre mesi di prove».
Insomma, da quanto lei mi dice, non esiste nessuna inimicizia tra voi?
«Come si dice a Genova, è meglio diventare rossi subito che verdi dopo. Certo, nessuna inimicizia ma qualche punzecchiatura, che io, per l'appunto con spirito goliardico, ho sempre accettato di buon grado».
Si è parlato anche di una certa politicizzazione da parte vostra. Può essere vero?
«C'è poco da parlare di politicizzazione quando regione, provincia e comune sono di uguale colore. La satira, comunque si muova, non può che andare a parare in quella direzione».
C'è qualche punto fermo che lei, in quanto regista e coscienza storica della tradizione baistrocchina, vorrebbe ribadire a conclusione di questa intervista?
«In cinquant'anni di attività penso di aver fornito a tutti qualche insegnamento. In primo luogo, non mi sono mai permesso di parlare di teatro di prosa genovese o dialettale, perché, pur conoscendo Govi, non mi sento portato per questo genere di cose. La gente viene ai nostri spettacoli non perché attirata dal singolo nome sui manifesti, ma semplicemente perché la Baistrocchi è la Baistrocchi. Un gruppo di amici che si diverte e fa divertire e soprattutto devolve quanto raccoglie in beneficenza. Questo è un punto che ribadisco e su cui non transigo».
«Se comunque - interviene Vincentelli - qualcuno ha qualcosa da eccepire nei nostri confronti, ebbene, ce lo dica in faccia. Siamo disponibili ad un confronto. Anche perché mi sembra giusto precisare che il nome Baistrocchi si associa ad una compagnia universitaria, nata nel 1913, che ha mantenuto questo nome per ben 94 anni. Chi c'è stato dentro può dire di aver fatto parte della Baistrocchi, ma non credo gli sia consentito dire: io o noi siamo la Baistrocchi o la vera Baistrocchi. Noi qui presenti facciamo parte della Baistrocchi non siamo l'autentica Baistrocchi, perché tra venti o trent'anni, chi ci sarà, potrà rivendicare la stessa cosa a uguale diritto». «Anzi - conclude Pietro Rossi - quando qualche anno fa è morto Giovanni Borghi, che è stato il padre della Baistrocchi moderna, io ho proposto a questi signori della Bai Bai Calla di incontrarci, vederci, discutere insieme. Ed ora ribadisco questo invito: se qualcuno ha da rivendicare qualcosa, venga a parlarne in un pubblico dibattito. Da pubblicare magari sull'edizione genovese del Giornale, senza però sbagliare fotografia, perché (mi scusi) ma nel precedente articolo avete pubblicato una immagine della Baistrocchi, attribuendola ad una esibizione della Bai Bai Calla. E queste sono cose che proprio non si fanno».
Sembrava finita così quando due esponenti di primo piano della Bai Bai Calla - vale a dire Massimo Quistelli e Gian Luigi Bona - quasi cogliendo per via telepatica l'invito al dibattito di Pietro Rossi, ci hanno faxato una dichiarazione simpaticamente scanzonata, che spazza via (c'è almeno da augurarselo) tutto il polverone sollevato da quel malaugurato articolo del 16 maggio scorso.
In primo luogo, si dissociano «da qualsiasi cosa detta o non detta e/o interpretata male nel suddetto articolo». Massimo Quistelli ci tiene a far sapere di non essere né un traghettatore né un capofila di una migrazione da una compagnia all'altra, «ma semplicemente un normale componente della Bai Bai Calla». La quale mai ha pensato di polemizzare con la Baistrocchi. Per cui nessuno ha mai considerato Edoardo Quistelli, Marco Oreste Biancalana e Piero Rossi come rivali, come invece sembrava risultare dall'articolo, semmai come «colonne portanti di una tradizione genovese…che speriamo non smetta mai di far divertire e regalare momenti di felicità» a chi di questa felicità ha davvero bisogno. Vale a dire persone o enti che rientrano nel progetto caritativo della goliardia genovese.
Infine, un'ultima precisazione: Massimo Quistelli e Gian Luigi Bona militano attualmente nella compagnia Bai Bai Calla solo perché, per motivi familiari e di lavoro, sono impossibilitati ad impegnarsi in ripetute prove infrasettimanali. E d'altronde, visto che con tre sere sul palcoscenico riescono a far ritornare il sorriso sul volto dei propri beneficati, come dar loro torto?