«Bakhita», una tele-agiografia con eccesso di melodramma

RomaChe la fiction possa assolvere un compito meritevole - quello di «far conoscere grandi storie misconosciute», come dice Paola Masini di Raiuno- è indubbio. Che invece tante fiction «reinventino» le grandi storie, facendole passare per vere, col risultato di ridurle a prodotti banali e mediocri - si pensi al recente, criticatissimo Puccini - è altrettanto vero. Con Bakhita (fiction di Giacomo Campiotti, in onda domenica e lunedì su Raiuno) ci risiamo.
Quella che poteva essere l’occasione per far conoscere a tutti la straordinaria storia vera dell’ex schiava sudanese, nata in catene nel 1869 ed assurta alla gloria degli altari il 1 ottobre del 2000, è divenuto invece il pretesto per l’ennesimo e melodrammatico santino televisivo. Regista e sceneggiatori invocano la legittima «licenza poetica», la scarsità di notizie sulla parte africana della storia di Bakhita; tutto per giustificare il modo più che disinvolto con cui si sono «liberamente ispirati» alla realtà. «Ma di questa donna noi volevamo tracciare un ritratto tale da farla amare a tutti, come l’abbiamo amata noi - spiega il regista Campiotti -. Il fatto che per riuscirci abbiamo dovuto cambiare alcune parti della sua storia, non conta. Lo conferma la madre superiora dell’ordine delle Canossiane, presso cui l’ex schiava prese il velo, secondo la quale “nonostante le libertà che la fiction si prende essa è riuscita ad esprimere lo spirito di Bakhita”». «Volevamo fare una fiction, non un documentario. Dunque non abbiamo tradito Bakhita - conferma la produttrice Ida Di Benedetto -. Perché abbiamo rispettato ciò che contava di più: il suo spirito».
Se lo spettatore si contenterà, potrà godersi un polpettone cucinato con tutti gl’immancabili luoghi comuni delle fiction (semi) biografiche: il solito flash-back iniziale, con cui la signora Aurora (Stefania Rocca) rievoca la storia della bambina rapita dai negrieri; le inevitabili vicissitudini della poveretta, esposta a tutti i cattivi più cattivi (come il commerciante italiano interpretato da Fabio Sartor), ma sempre pronta a ravvederne qualcuno (come il parroco interpretato da Francesco Salvi). Poco importa che gli italiani che portarono Bakhita nel nostro Paese fossero tutt’altro che crudeli e che il parroco in questione non sia mai esistito. «Questi sono creazioni artistiche - insiste la Di Benedetto -, qualsiasi autore se le permette». Che siano creazioni, nessun dubbio. Quanto alla loro qualità artistica, giudicherà il pubblico. A dare volto e semplicità alla protagonista, infine, è stata chiamata Fatou Kine Boyel: senegalese, 25 anni, commessa di negozio senza alcuna esperienza di recitazione. «Ho vissuto tutto come un sogno meraviglioso - dice -, non credo che farò mai l’attrice sul serio».