Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra

I l 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.
La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose - e anche le ricostruzioni storiografiche - esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore.
Quando, la sera stessa del 28 giugno, Dino Grandi seppe della morte del Maresciallo dell’Aria, considerò il fatto «un evento funesto» e disse ad alcuni amici che erano con lui: «Balbo è un fortunato perché la morte lo ha sorpreso al suo posto di combattimento ed egli non vedrà, come noi vedremo, la rovina dell’Italia». Balbo e Grandi erano stati amici da sempre. In alcune pagine memorialistiche, ancora inedite conservate nelle Carte Grandi presso l’archivio del MAE, Grandi scrisse che la morte del Governatore della Libia gli provocò «un dolore profondo». Tutti gli italiani, aggiunse, amavano profondamente Balbo «per le sue qualità e anche per i suoi stessi difetti», ma pure «per ripagarlo dell’antipatia profonda che contro di lui aveva sempre sentito Mussolini» e perché «lo sapevano contrario alla dittatura e contrario alla guerra». I due si conoscevano da lunga data: «Eravamo stati compagni di scuola, amici provati e fedeli dal tempo dell’adolescenza, camerati di guerra negli alpini, compagni inseparabili nei primi anni delle battaglie fasciste. Eravamo due caratteri e due nature profondamente diverse e forse anche per questo ci volevamo bene. M. che ci odiava ambedue, odiava ancora più la nostra amicizia ed aveva fatto di tutto per distruggerla con perfidia sottile. Non vi era riuscito. Ma era riuscito tuttavia a tenerci per lunghi anni separati e lontani, l’uno a Londra l’altro a Tripoli».
Forse, le parole di Grandi erano dettate da antico e comprensibile risentimento, ma che Mussolini diffidasse di entrambi è fuor di dubbio, tanto più che, all’inizio degli anni Trenta, si era vociferato di complotti - le voci erano subito rifluite in informative di polizia - che avrebbero dovuto avere per protagonista Balbo. E non è escluso che il rimpasto ministeriale del 1932 abbia avuto origine dalla preoccupazione del Duce di escludere Grandi dal governo e impedire il saldarsi di una temuta alleanza Grandi-Balbo.
I due non ebbero più molte occasioni di incontrarsi, ma si rividero alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia. Ecco come Grandi racconta, nella stesse pagine memorialistiche, l’incontro: «L’ultima volta che ho visto Balbo fu ai primi del mese di maggio 1940 durante una sua breve visita a Roma. Era scoraggiato e triste. “Quest’uomo (Mussolini, ndr) finirà un giorno o l’altro col portarci alla guerra e la guerra, qualunque esito essa possa avere, sarà la rovina del Paese. La Libia è disarmata e non potrebbe giammai resistere su due fronti. Ho domandato a M. armi e materiali ma egli mi ha risposto negativamente dicendo che non occorrono. Ha aggiunto che la guerra non vi sarà. Ma non vorrei che mi avesse mentito e che in cuor suo stia preparandosi a fare trovare la Nazione davanti al fatto compiuto”. Balbo aveva purtroppo ragione».
Anche Grandi era contrario alla guerra. C’è una pagina di diario, pur essa inedita, nella quale Grandi racconta - una volta saputo dell’ordine dato da Mussolini di sferrare l’offensiva contro la Francia - il suo incontro con Badoglio: «Con un pretesto vado a vedere Badoglio. Gli domando se la notizia è vera. “È vera”, mi risponde. Replico: “È un colossale errore. I casi sono due: la guerra sta per finire come credono i tedeschi ed allora è troppo tardi per intervenire aggredendo la Francia sconfitta. Ovvero la guerra sta per cominciare e si prepara ad essere una guerra lunga come sono sempre state le guerre inglesi ed allora è per noi troppo presto…”. Risponde Badoglio: “Sono d’accordo con lei. Ma il Duce vuole un concreto sacrificio da parte italiana, onde poter sedere con qualche carta in mano, al tavolo della pace”. Congedandomi dico ancora: “Nessun esercito guadagna prestigio ed onore aggredendo un nemico già sconfitto…”. Badoglio si stringe nelle spalle, poi aggiunge: “La responsabilità è del Duce”». La mattina successiva a questo incontro - è il 14 giugno 1940 - Grandi ricevette da Badoglio una lettera manoscritta di questo tenore: «Carissimo Grandi. Ho la più completa fiducia nella nostra vittoria. Vi ringrazio per la Vostra lettera affettuosa. Voi sapete che io Vi voglio bene. Aff.mo Badoglio». In un primo momento Grandi non se ne spiegò il motivo, poi lo attribuì alla furbizia e alla doppiezza badogliane e annotò, in quella stessa pagina di diario: «La spiegazione mi appare quindi chiara. Badoglio ha riflettuto sul nostro colloquio e alle parole che egli si è lasciato sfuggire vuole, con un trucco da basso politicante, “mettersi a posto” col Duce per l’eventualità di qualche indiscrezione da parte mia. Queste appaiono essere in questo momento le preoccupazioni del Capo di Stato Maggiore Generale, corresponsabile delle nostre operazioni di guerra. Mio Dio, in quali mani è il nostro Paese».
Dopo appena due settimane, o giù di lì, la tragedia nella quale perse la vita Italo Balbo. Il quale, malgrado le difficoltà spesso insormontabili legate alla scarsità di mezzi e di strutture, si adoperò (lo testimoniano gli appunti manoscritti stilati da Nello Quilici fra il 12 giugno e il 17 giugno) non si risparmiò, come sempre, sul piano organizzativo. Una tragedia quasi emblematica e sinistramente premonitrice.