Baldassarri non chiude la partita: le modifiche sono ancora possibili

Maroni: «Questo è un provvedimento che renderà il Paese moderno. Studieremo forme di compensazioni per le aziende. Le critiche dei sindacati sono fuori luogo»

Antonio Signorini

da Roma

Il rilancio della previdenza complementare attraverso il Trattamento di fine rapporto varato ieri dal governo è positivo. Ma rimangono spazi di modifica perché il nodo delle compensazioni alle imprese e quello del pubblico impiego sono ancora da sciogliere. E la soluzione, che potrà essere adottata nel corso dell’iter della delega, rimane quella della «cessione del credito». Il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri insiste sulla sua proposta. In sintesi: il lavoratore cede le sue quote destinate mensilmente al Tfr ad un fondo pensione che le cede a sua volta alle banche in cambio di un anticipo. In questo modo i soldi del Tfr rimangono alle aziende, i lavoratori possono contare sulla pensione integrativa finanziata con la liquidazione e le banche acquistano un credito sicuro. Il vantaggio della cessione del credito è che può essere applicata anche agli statali. E che lo Stato non deve sostenere i costi di quelle forme di accesso agevolato al credito che servono a compensare le imprese per il venir meno del Tfr dei loro dipendenti. Costi, sottolinea Baldassarri, che rischiano pesare già nella finanziaria 2006 per circa 400-500 milioni di euro e che sono destinati a lievitare.
Perché ritiene che sia ancora valida la sua ricetta?
«Rimangono i due nodi di fondo: quello di come compensare le imprese e come coinvolgere anche il pubblico impiego. La soluzione è la cessione del credito, perché il Tfr rimane dove è e non esiste più il problema della compensazione. Questo perché il lavoratore cede il credito del suo Tfr ad un fondo pensione che a sua volta lo cede al sistema finanziario in cambio di un anticipo su quel credito. Lo stesso sistema finanziario dovrà poi gestire questi fondi attraverso le società di gestione del risparmio. Il nodo è quanto le banche si faranno pagare per scontare questo credito e quanto potranno essere i rendimenti futuri degli investimenti finanziari».
Crede ancora che le banche siano disposte a offrire condizioni accettabili?
«Io credo che lo spazio ci sia perché questi crediti hanno un rischio molto basso visto che sono redistribuiti su centinaia di migliaia di imprese e su milioni di lavoratori. Nessun lavoratore ha mai perso un euro per il Tfr».
Perché il nodo delle compensazioni attraverso il credito agevolato alle imprese, continua a creare difficoltà?
«Lo Stato dovrebbe coprire una parte dei costi. Magari è un problema gestibile nell’immediato: il prossimo anno potrebbero servire 400 o 500 milioni, ma in futuro, sarà necessaria una copertura sempre maggiore perché cresceranno le quote di Tfr sottratte alle aziende».
Non c’è il pericolo di stravolgere il testo appena varato da Palazzo Chigi?
«Va dato atto al ministro Maroni di aver portato avanti questo pezzo fondamentale di riforma che è l’avvio dei fondi pensione. Adesso però occorre che tutti collaborino, penso agli operatori finanziari e alle parti sociali, perché questo avvio sia strutturale, forte e non inciampi su quei due ostacoli che ho citato prima che sono reali e sono emersi ogni volta che il governo ha incontrato le parti sociali. Poi io ho sempre detto che questa idea è un’ulteriore opportunità. È un’idea aggiuntiva e non sostituitiva».
Una delle contestazioni che le sono state fatte è che la cessione dello stock, cioè del Tfr già maturato, può creare problemi rispetto alla sola cessione delle quote future. Il mercato finanziario potrebbe non essere in grado di assorbire tutte le risorse liberate dalla riforma.
«È un’idea da approfondire sul piano tecnico, ma è facilmente risolvibile. Si potrebbe ad esempio pensare di cedere solo una parte dello stock oppure a dilazionare nel tempo la cessione di tutto il credito maturato dal lavoratore, compatibilmente con le capacità del sistema finanziario».