Balduina straziata: «Niente vendette soltanto la verità»

C’è un quartiere intero che grida la sua rabbia e piange il suo dolore. Si consuma tra la casa di via Pereira e il negozio di via Friggeri il triste pellegrinaggio di commiato dall’amico «Gabbo», Gabriele Sandri, il giovane tifoso biancazzurro, il dj delle notti romane, stroncato dal proiettile esploso dall’agente della stradale in quel maledetto autogrill di Badia al Pino. Proseguirà oggi nella camera ardente che il Comune istituirà in piazza Campitelli, si concluderà domani mattina nella chiesa di San Pio X, in piazza della Balduina, per i funerali. «Poi sarà dura - dice con un filo di voce Suor Paola, la sorella più famosa degli ultrà, uscendo dall’abitazione della mamma del ragazzo - sarà dura per questa famiglia, per questa madre. Ora sentono il calore di tutti, ma dopo non dovranno essere lasciati soli, arriverà la disperazione più profonda».
Giustizia. La mamma di Gabriele, chiusa in casa coi parenti e gli amici di sempre, vuole solo giustizia, sapere come sono andate veramente le cose. «Non servono vendette, solo che vogliamo che per una volta in questo Paese venga fuori tutta la verità», spiega Michele, stretto nel suo giubbottino nero, amico per la pelle di Gabriele. Dalla mattina sta inchiodato davanti al negozio d’abbigliamento del papà di Gabri, Giorgio. Sulla vetrina dell’Harrison boutique uomo, compare subito un cartello con sopra una scritta dalle lettere cubitali: «Ieri un bastardo schifoso ha assassinato mio figlio. Che tu sia maledetto per sempre». Una condanna pesante senza appello. Parole di fuoco che esasperano ancora di più gli animi. Poi un ragazzo lo toglie: «La famiglia non vuole, non è suo». Dopo le quattro del pomeriggio è di nuovo lì, in bella vista, sopra la montagna di mazzi di fiori, sciarpe e cappellini, le foto scattate insieme a scuola o in discoteca, i bigliettini scritti dai ragazzi della Nord, delle amiche del Piper, dai colleghi di mixer e console, da semplici sconosciuti. «L’ho rimesso io - racconta Stefania, una cascata di capelli rossi, la compagna di Giorgio, separato dalla moglie - mi ha chiamato lui da Arezzo. Mi ha chiesto di rimetterlo e io l’ho fatto». Dura un paio d'ore che qualcuno torna da via Pereira e lo stacca di nuovo. Restano invece i messaggi degli amici. Il via vai è interminabile, posano i fiori, fanno il segno della croce e si fermano lì ammutoliti. Lasciano sciarpe biancocelesti, ma ci sono anche quelle portate dai nemici giurati, i romanisti. Scrive uno di loro: «Oggi non c’è giallorosso, non c’è biancoceleste. Solo sconforto». C’è il saluto della Brigata Bigianelli, quello dei ragazzi della «vetrata in Curva Nord», firmato Tiburtina, Ottavia e Cassia. C’è chi la butta sul politico («Onore al camerata ucciso dai servi dello Stato»), e chi prova a riflettere: «Con te hanno ammazzato la gioventù perbene, quella che crede in un futuro e in un’Italia migliore. Che il tuo sacrificio possa destarci da questo schifo». «Vergognatevi», incalza un bigliettino a biro blu riferendosi alle devastazioni di domenica sera attorno allo stadio. Alla pasticceria di fronte, Gabriele l’hanno visto crescere: «Quando ho sentito la notizia in tv non credevo alle mie orecchie, sono corsa dall’altra parte della strada ad avvisare Giorgio che era a fare l’inventario - racconta una delle titolari -. Proprio in quel momento l’ha chiamato Cristiano, l’altro figlio, ed è esploso dal dolore». «Gabriele era un ragazzo d’oro, solare, pieno di vita», non fanno che ripetere per tutto il quartiere. Domani l’addio. E ancora rabbia e dolore.