Baliani esplora gli «umori» della Napoli di Malaparte

Un senso eccessivo, persino fastidioso, di degrado, abbrutimento, scandalo, negazione di ogni categoria etica e, tanto più, di ogni valore umano. È quanto emerge dallo spettacolo che Marco Baliani, attore, autore e regista da sempre sensibile a temi di portata civile e politica, ha tratto dal romanzo La pelle di Malaparte nel tentativo, senza dubbio non facile, di dare forma e coerenza sceniche a un affresco storico e geografico (siamo a Napoli, subito dopo l’armistizio e lo sbarco degli americani) dove la guerra mostri le sue derive più inquietanti e infernali. Concepito proprio come un girone dantesco popolato da uomini e donne disposti a tutto pur di salvare la pelle - non l'anima, si badi bene - e tinteggiato a pennellate decise che, soprattutto nelle scene d’insieme, rimandano a un uso caravaggesco delle sfumature cromatiche (firma scene e costumi Marion D’Amburgo), il lavoro nel complesso non convince. Non trova cioè, secondo noi, sintonia né con la complessa materia di partenza (il libro, provocatorio e scioccante, fu anche portato sul grande schermo da Liliana Cavani nell’81) né con la disponibilità percettiva del pubblico, chiamato a comporre i quadri di una sorta di Moralità laica dall’andamento paratattico che alterna narrazione, momenti coreografici, canto, parti dialogiche, rimandando l’idea di un incauto disordine narrativo e stilistico. Perché il palcoscenico - un affastellamento di vestiti, scarpe, detriti e rovine assai simile a una discarica/simbolo - è qui un ventre di Napoli agitato dalle più inaudite barbarie (fame nera, prostituzione, compravendita di bambini) ma è anche tribuna da cui insegnare, ammonire, raccontare. E, anzi, le parte narrative (lo stesso Baliani/Malaparte se ne fa carico, alternandosi con altri interpreti e con la presenza «epicizzante» della D’Amburgo) sono proprio quelle meno coinvolgenti: troppo didascalismo, troppa enfasi pesa su quelle parole in bilico tra distaccato resoconto e lirismo barocco. Barocca risulta d’altronde l’intera architettura della pièce, e per quanto ciò vada messo in relazione tanto con la prosa di Malaparte (cronista, soldato ma anche scrittore visionario) quanto con la cultura partenopea (quella che trasuda nei passaggi più autentici di questo lavoro), l’impressione finale che se ne ricava coincide con un’abbondanza di messaggi incapaci di colpire in profondità. Resta chiara l’intenzione di tradurre questo spaccato umano torbido e violento in un monito antibellicista valido ieri come oggi. Così come resta indubbia la difficoltà di passare dalla pagina scritta alla vita del teatro. Forse, però, sarebbe bastata maggiore semplicità. Al Valle fino a domenica.