Balilla Pratella, il musicista che le cantò belle ai futuristi

La frenesia del centenario futurista (2009) è finita, le mostre sono chiuse, le polemiche si placano. E arriva finalmente il momento per gustarsi qualcosa: il bello del futurismo, magnifica avanguardia di cui l’Italia va sempre più fiera, non finisce infatti qui. Il manifesto di fondazione è del 1909, ma parecchi altri apparvero a seguire: del febbraio 1910 è quello dei pittori futuristi, dell’ottobre 1910 il Manifesto dei musicisti futuristi, del gennaio 1911 quello dei drammaturghi e del maggio 1912 il Manifesto della letteratura futurista. Si avvicina dunque il centenario del terzo dei maggiori documenti dell’avanguardia, quello dei musicisti, firmato da Francesco Balilla Pratella.
Compositore, musicologo e scrittore nativo di Lugo di Romagna, Pratella era al suo primo lancio. Si disponeva infatti a redigere altri proclami: il Manifesto tecnico della musica futurista (1911), La distruzione della quadratura (1912), Contro il «grazioso» in musica (1913): documenti caustici e generosi, che rispecchiano la personalità dell’autore, e con i quali si tentava di gettare le fondamenta di un futurismo musicale, invero mai seriamente decollato. E qui è necessario chiarificare un equivoco: di norma si afferma che il vero rivoluzionario musicale futurista fu Luigi Russolo, che per aver inventato il «rumorismo» è considerato il genuino demolitore della tradizione. Ma il fatto è che negli organigrammi futuristi Russolo e Pratella sono indicati come rappresentanti di due linee diverse dell’espressione futurista: l’arte dei rumori il primo, la musica il secondo. Il musicista è insomma lui, Pratella.
Ora, per saltare nel fuoco dell’avanguardia bisognava sentirsi in quel primo Novecento intimamente predisposti a superare il conformismo a vantaggio di azioni innovative, e il superbo Manifesto dei musicisti futuristi si cala agiatamente in quel clima. È un atto di aspra ribellione contro il conformismo dell’ambiente musicale italiano, contro il vegetare dei licei e conservatori musicali, «vivai dell’impotenza, dove maestri e professori, illustri deficienze, perpetuano il tradizionalismo». Insomma, un J’accuse diretto alla «repressione di ogni tendenza libera e audace», alla «mortificazione costante della intelligenza impetuosa». I giovani assetati di novità, «belli di violenza, audaci di ribellione e luminosi di genio animatore», restano l’estrema speranza contro «chi nasce vecchio, spettro bavoso del passato». Il manifesto è dunque soprattutto un proclama di sociologia e antropologia della musica, ma già vi emergono elementi di più diretta indicazione tecnica («sentire e cantare con l’anima rivolta all’avvenire, attingendo ispirazione ed estetica dalla natura»), che troveranno migliore espressione nei successivi appelli di Pratella.
E per meglio afferrare lo spicchio musicale della teoria futurista è in allestimento a Lugo per la metà ottobre, allo scoccare preciso dei cent’anni del manifesto, un omaggio intitolato Note futuriste: l’archivio di Francesco Balilla Pratella e il cenacolo artistico lughese. Incentrata sul fertile archivio che gli eredi hanno donato alla Biblioteca «Trisi» della città romagnola, la mostra si allargherà sul cenacolo culturale cittadino d’inizio Novecento, tra un ventaglio di pittori e la figura del poeta Alceo Folicaldi. Ma il nocciolo resta Pratella, di cui saranno ricostruiti i tratti della figura e dell’opera attraverso documenti d’archivio, in gran parte inediti. È auspicabile che la mostra agisca da perno di un’ampia riconsiderazione: soppesare il reale valore di rottura del manifesto con la tradizione dell’epoca e capire se Pratella, in quanto compositore, sia stato davvero all’avanguardia.
Troppo a lungo Pratella è stato considerato un seguace marginale del futurismo. Oggi risalta sempre meglio il suo ruolo di protagonista nella definizione delle teorie e strategie del movimento, e la mostra di Lugo potrebbe essere il momento di avvio di una rivalutazione complessiva. In fondo, scagliandosi contro la «bassezza mercantile» della musica, egli ha suggerito qualcosa di valido anche per i nostri tempi. In un mondo in cui domina il karaoke si sente infatti la mancanza di un Masaniello che scagli un manifesto come il suo. Ovviamente di violenza decuplicata, come la sciocchezza musicale dell’epoca meriterebbe.