A «BALLARÒ» MANCANO SOLO I PETARDI

Non si sa se Giovanni Floris si renda conto, con quel sorrisino che sembra fare perennemente spallucce ad ogni rilievo critico, che trasformare un talk show politico come Ballarò in una specie di stadio con annesso tifo calcistico riduce il suo programma a qualcosa che assomiglia sempre meno all’approfondimento ragionato dei problemi e sempre più alle risse da ultras con conseguente perdita del filo del discorso e di un senso compiuto. L’altra sera se ne è avuta una ennesima conferma, in misura ancora più consistente rispetto al solito. Il parterre degli ospiti cercava nel solito modo più o meno raffazzonato di rispettare un simulacro di par condicio, mettendo insieme da una parte Francesco Rutelli, Pierluigi Bersani ed Eugenio Scalfari, dall’altra Roberto Castelli e Fabrizio Cicchito, mentre Paolo Mieli (cui non faremo il torto di assegnarlo, forse sbagliando, ad alcuno degli schieramenti) era collegato da uno studio esterno. Alle spalle dei protagonisti del dibattito, che verteva su etica e politica, c’era il solito pubblico di Ballarò che assomiglia sempre più a quello delle Samarcande anche se non faremo il torto di considerare il programma di Floris (forse sbagliando un’altra volta) improntato alla stessa faziosità di quelli di Santoro. È un pubblico cui mancano solo petardi e fumogeni per essere assimilato ai tifosi che parteggiano per la propria squadra in uno stadio: applaude (l’applauso è un esercizio stucchevole nei talk show politici ridotti a ribalte e palcoscenici anche a causa di questo malvezzo), fischia, rumoreggia, interrompe, insulta i partecipanti della parte avversa e ci manca solo che si senta echeggiare il coro «devi morire/devi morire» per scambiare lo studio di Ballarò con San Siro o l’Olimpico. A chi gliel’ha fatto notare in trasmissione, Floris ha candidamente risposto che in uno stadio, se il pubblico insulta o dà in escandescenze, i giocatori devono andare avanti lo stesso senza reagire alle provocazioni, con questo avvalorando l’equazione talk show=stadio che getta una luce inquietante sulla serietà degli intenti del conduttore, specie in considerazione della campagna elettorale già in atto. Non è solo in discussione il criterio di scelta del pubblico per il quale non è prevista (a torto o ragione) alcuna par condicio, un pubblico sempre favorevole ai rappresentanti dell'opposizione con qualche sparuto e patetico gruppuscolo di ultrà della parte avversa che ci si immagina esca scortato, a notte fonda e «stadio» ormai evacuato, dalle camionette della Celere. È in discussione l’assurdità, data ormai per scontata, di veder ridotto questo talk show alla stregua di un’arena calcistica. Altrimenti meglio mandarlo in onda «a porte chiuse», previa squalifica del campo.