Balletti, gag e astrattismo Il «Barbiere» è una festa

Tutto esaurito all’Arena di Verona per la prima dell’opera di Rossini. Strepitoso Leo Nucci

da Verona

Siete invitati alla festa del Barbiere di Siviglia. Si svolge nell'arena di Verona. Avete ancora otto date, un posto lo si riesce a trovare, perché si va a colpi di 15.000 persone per recita o forse più. Se ci andate, potete allegramente partecipare a un rito internazionale intriso di tradizione italiana, e avvertire come i piaceri del bel canto e delle immagini esplosive nello spazio, della recitazione comica e dell'intelligenza musicale possano trascinare ogni età, ogni cultura, ogni condizione.
Questo Barbiere è anche discutibile. L'opera più popolare di Rossini ha uno straordinario destino. Composta a 24 anni, nel 1816 su un libretto geniale di Cesare Sterbini, tratto dalla genialissima commedia di Beaumarchais, è un capolavoro di coerenza teatrale e psicologica, con le pazzie, corteggiamenti, i travestimenti, del giovane Conte d'Almaviva, un potente di Spagna, per conquistare la sua bella sottraendola a un anziano tutore. Contiene, fra pezzi tutti memorabili, momenti diventati mitici, a cominciare dall'arrivo del barbiere factotum che incomincia la sua giornata all'alba per le strade della città addormentata cantando i fatti suoi per conto suo (è l'immortale tirata del «Figaro qua, Figaro là»). Bene, viene sempre messo in scena farcito o dilatato in mille gag nuove e vecchie. Così Figaro corre subito come un chansonnier (e se è Leo Nucci viene costretto al bis). Però succede una cosa stranissima. Funziona ugualmente. È come se ci si divertisse tutti insieme strampalando invenzioni su una storia che va avanti infallibile.
Qui lo spettacolo di Hugo de Ana (regìa, scene e costumi) la solleva nel gioco dell'astratto puro. La scena è un meraviglioso e gigantesco cerchio di siepi sovrastate da enormi rose rosse, che si apre su spezzoni ruotanti, sempre di siepi e rose rosse, con qualche oggetto essenziale per far immaginare dove siamo: un labirinto in cui non ci si può perdere. I tanti movimenti come balletti o sketches, predisposti dalla coreografa Leda Lojodice, e tutta la fantasiosissima serie di costumi fastosi, evocano coloristicamente una Spagna fra turismo e pittura. Tutti recitano come fossero specialisti della prosa e del musical, e si sente costantemente ridere: risatine personali sommesse e grandi risate generali. Il lieto fine è salutato da predisposti fuochi d'artificio e da previsti grandi applausi.
La sorpresa è che a sostenere questo raffinatissimo baraccone è un’esecuzione musicale limpida, sorvegliata, gustosissima nei tempi, nei colori, nella rara dedizione dell'orchestra, che Claudio Scimone conduce. Leo Nucci, Figaro, è più giovane e infallibile di quando incominciò a cantare qualche decina d'anni fa, ed è festeggiatissimo; Il Conte d'Almaviva, Francesco Meli, osa anche nel grande spazio acuti espansi meravigliosi e mezze voci che fan stare a fiato sospeso e orecchie tese; Bruno de Simone, il tutore Don Bartolo, ha momenti irresistibili; il più generico è il basso Orlin Anastassov, Don Basilio. Rosina, la pupilla, è Annick Massis, che inannella di fioriture la sua parte, cercando di farci dimenticare le note basse che non possiede (e canta anche bene un'aria rossiniana che non figura in partitura), il che la fa piccante ed elegante ma non tenera e sensuale. Sulla persona di Francesca Franci, troppo notevole e fascinosa per la serva Berta, vien costruito un sogno come numero da musical che stravolge la sua nostalgia d'amore in un pezzo di bravura. Tutto sta, come per tutta la serata, se continuare ad aspettarsi un'altra cosa, ed arrabbiarsi, o cedere all'invenzione travolgente ed andarsene via felici.