Balletto, anni verdi alla sbarra «Qui vincono talento e rigore»

Si dice che Alessandra Ferri se ne andò a dodici anni, sbattendo la porta perché non ne sopportava la rigidezza asfittica che castrava il talento. Si sa però anche che dalle sue rigorose lezioni sono uscite étoile come Roberto Bolle e Massimo Murru. La Scuola di Ballo del Teatro alla Scala - non soltanto un mito milanese e italiano, ma mondiale - è ora, sotto la direzione di Fréderic Olivieri, in un momento di grande rinnovamento. Lo dimostrano i 600 aspiranti che hanno fatto richiesta quest’anno per poggiare i talloni su quelle sbarre note al mondo della danza dal 1813 e frequentare il corso professionale per giovani dagli 11 ai 18 anni: ce l’hanno fatta in venti.
«Scuola di Ballo» tuttavia è un termine riduttivo: «Dal 2001 ad oggi l’Accademia della Scala, di cui la Scuola di Ballo è solo uno di quattro dipartimenti, è il più grande polo formativo europeo», spiega Luisa Vinci, direttore generale dell’Accademia. «È una realtà che non esiste nemmeno al Metropolitan a New York. Il 60% degli insegnanti sono le maestranze della Scala e gli allievi dei dipartimenti interagiscono tra loro per preparare spettacoli come «Ipnos», in scena al Piccolo Teatro dal 2 al 4 ottobre».
«La danza cambia il corpo, e più che mai la danza classica», afferma l’ex ballerina Isabella Servello, allieva della Scala negli anni Settanta, quando «l’infinito groviglio dei corridoi del Teatro somigliava a un santuario», come racconta nel romanzo «Il corpo ideale» (Gaffi), da poco in libreria. «Se è fatta bene lo cambia in meglio. Nel libro racconto di uno sfasamento grave tra questo ideale e il presente, e di una perdita del senso di realtà. Succede, se una scuola è troppo rigida, se si è soli e mal guidati, se è destino che capiti».
La selezione per entrare in uno dei 35 corsi dell’Accademia (per informazioni: 02/854511 ) dai cantanti lirici ai professori d’orchestra, dai tecnici del suono ai ballerini, dagli scenografi ai truccatori, dai fotografi di scena ai sarti, dai manager agli attrezzisti - rimane tuttavia durissima, oggi come 200 anni fa: «Rigore è una parola che mi piace molto», conferma la direttrice Vinci. «Tecnica, talento, fisicità: gli aspiranti per i dipartimenti di musica, danza, palcoscenico, management si misurano su questo. La Ferri fu rifiutata, come Verdi fu rifiutato al Conservatorio: può capitare in una Scuola dura come la nostra».
Eppure in televisione diventare artisti sembra così facile, come mai? «Noi siamo al di fuori di questa logica», replica la Vinci. «Mi intristisce questa confusione sul termine «artista», sapendo la fatica e gli anni di studio - otto per la scuola di ballo, dieci per un pianista - dei nostri allievi. Se la tv spiegasse i misteri dello spettacolo sarei più contenta: i ragazzi che si avvicinano al nostro centro di orientamento non hanno la minima idea di quel che accade davvero dietro le quinte».