Il Balletto di Tokyo rende omaggio a Béjart

Dovremmo parlare del Tokyo Ballet, la compagnia fondata nel 1964 da Tadatsugu Sasaki che oggi, con The Kabuki di Maurice Béjart, sceglie la Scala per celebrare la sua settecentesima rappresentazione all'estero. Per la scena giapponese un vero record. Ma il discorso ci scivola di mano. Casca dall'altra parte. Su Bèjart appunto. Che non c'è più e che non riusciamo a dimenticare. Il coreografo che sui primi del '90, già a Losanna dopo la folgorante avventura del Ballet du XXème Siècle alla Monnaie di Bruxelles, accantona il grande «Lausanne» a favore del cameristico «Rudra». Ripercorre il mondo presentando per l'ultima volta (e noi tutti in lacrime) gli antichi capolavori. Si congeda. Ritira i diritti dei suoi balletti, scompare. Nato filosofo e avvezzo a sgranare rosari di religioni lontane, viene inghiottito dall'Oriente. Appunto dal Tokyo di Sasaki che chiede una creazione. Lui prende tempo, osserva il gruppo. Ne resta folgorato. Quale specchio delle sue fantasie più fedele di quelle fisicità d'impatto animate da interiorità misteriose? Concede a Tokyo i diritti tolti all'Europa. Crea per la prima volta per danzatori non forgiati dalle sue mani. A The Kabuki (1986) e Bugaku (1988) segue M-Mishima (1993). Lo spettacolo apre sul frastuono di una discoteca della Tokyo di oggi, dove un ragazzo, l'eletto, viene risucchiato dal suo passato. Un servo di scena gli mette in mano la katana. L'arma bianca, il cuore del Giappone. Comincia il viaggio a ritroso che lo eleggerà capo dei 47 ronin. Per la vendetta e la morte. I quadri suggeriti dal kabuki Chusingura (1748) si susseguono lenti. Gli uomini sono fulgidi e svettanti. Le donne calligrafiche e preziose. La lettura un mix di moderno e di antico. Il linguaggio un lessico plastico, incisivo, espressivo, generoso con gli affreschi maschili. Scene e costumi (Nuño Corte-Real) sottolineano con i colori la simbologia coreografica. Mentre va la superba musica di Toshiro Mayzumi, passano le principesse di Kurosawa e i fantasmi penellati dalla fantasia rurale. Béjar non trascura nulla: trucco, ventaglio, giardini zen. La spiritualità è tangibile. Gli interventi maschili folgoranti, le donne filigrana d'oro. La tensione drammatica converge verso il harakiri rituale del feudatario inginocchiato su un telo bianco mentre alle sue spalle incede la figurina della moglie offesa.Passa bianca, assente, ieratica. Avvolta in manti sontuosi che, sorretti da un servo di scena, assecondano i movimenti lenti e acrobatici del corpo surreale. È rossa, viola, rosa. Stringe tra le mani un ramo di fiori di pesco. È il motore del racconto. I ronin, dopo aver lavato l'onta nel sangue, accedono a loro volta al rito shinto sulla neve che splende alla luce della nuova alba. Il finale è suggellato dalla bellissina Nahan Symphony di Mayuzumi.