Balli e canti: così il Ghana prepara la festa agli azzurri

Federico Ferri

da Norimberga

Chiedere a John Mensah di raccontare il piacere, il divertimento, la voglia di giocare a pallone (e non soltanto) che si respira intorno ad ogni allenamento del Ghana, è come mettere in discussione la sua professionalità, come trattare un calciatore affermato da pivellino che gioca all’oratorio, quasi un dilettante destinato a restare tale per il resto della sua carriera.
Dopo la domanda il ragazzo, dichiarato discepolo di Gigi Del Neri dai tempi del Chievo, si irrigidisce e quasi si giustifica: «No, noi lavoriamo duro... altro che divertimento. Molti di noi giocano in Europa, sappiamo come ci si prepara per una manifestazione così importante».
Ci vuole, allora, un po’ di tempo per chiarire l’equivoco. Che si tratta di complimento e non di insulto, voglio dire.
E allora Mensah ricomincia a sorridere, come fa in campo, spesso e volentieri. Perché la forza del Ghana è proprio questa, da una parte l’esperienza europea e iperprofessionistica di giocatori come Essien, Appiah, Kuffour, dall’altra la leggerezza e la spontaneità di chi vive la Coppa del Mondo come un gioco sognato da sempre. Perché in Ghana il calcio conta quanto in Italia, e immaginatevi cosa può voler dire partecipare a un Mondiale per la prima volta, dopo anni di qualificazioni mancate anche quando in squadra c’erano campioni come Abedi Pelè.
Ma in tempi di silenzio stampa, ritiri blindati e allenamenti a porte chiuse, bisogna nascondere addirittura i sorrisi, figuriamoci le danze e i canti. Come quelli che ogni sera accompagnano l’ora di andare a dormire. Al quinto piano dell’hotel Maritim di Wurzburg, verso le dieci, si balla. Tutti gli altri restano chiusi in camera, in corridoio rimangono soltanto i giocatori, gli unici ammessi alla cerimonia. Un coro, lungo e ripetitivo. Un inno all’unità, alla compattezza del gruppo e delle etnie, le due principali del Ghana. Una sorta di mantra con il volume che si alza ogni sera di più, fino alla vigilia della partita, quando la tensione deve trasformarsi in energia. E allora il canto si sente fin dalla hall ed è davvero difficile pensare che siamo in un albergo.
A pensarci bene, forse è normale che lo vogliano tenere per loro, questo rito particolare. Le solite storie del calcio africano, degli stregoni, delle teste matte e indisciplinate.
È troppo forte il rischio di non essere capiti, di passare per campioni di folclore e non di pallone. In realtà, tutto fa parte degli obblighi di rigidità imposti dal ct Ratomir Djukovic, quanto mai distante dai giocatori come mentalità (e soprattutto come simpatia) ma comunque efficace nella gestione del gruppo. Che a dire il vero si gestisce benissimo da solo, perché tanti sono i giocatori dotati di esperienza, carisma, consapevolezza nei propri mezzi: da Appiah, il vero leader, a Kuffour, per arrivare a Essien. Che se ce l’avesse Lippi sarebbe titolare fisso.
Le due anime del Ghana convivono. E così di fronte all’albergo stazionano guardie severissime che impediscono agli operatori di riprendere Anthony Baffoe, ex giocatore in Bundesliga e attuale capo delegazione, mentre firma autografi a un gruppetto di tifosi. Le stesse guardie che non si accorgono che in garage c’è un ascensore che porta dritto al quinto piano, quello dei giocatori. Mentre un via vai continuo di politici, dirigenti, vecchie glorie e accompagnatori popolano il resto dell’albergo (sono sessantaquattro in tutto i componenti della delegazione africana).
Insomma, fanno soltanto finta di essere, per dirne una, come l’Italia. Il Ghana, per fortuna loro, resta il Ghana. E proprio per questo l’avversaria degli azzurri merita di essere presa davvero sul serio.