Ballo in maschera nel gran finale

Barbara Catellani

Con il palcoscenico trasformato in una ottocentesca sala da ballo, il Carlo Felice festeggia più sereno la chiusura di stagione; e con quel pizzico di spettacolarizzazione in più che sembra promettere questo «Ballo in maschera» - in scena da mercoledì prossimo e per tutta la settimana successiva - allestito da Covent Garden, Royal Opera House di Londra, Teatro Real di Madrid e che ha debuttato con successo a Londra nell'aprile dello scorso anno. E suvvia un po' di «grandeur» non guasta mai, tanto più ora che le preoccupazioni degli ultimi mesi sembrano essere sopite, o quanto meno indebolite da più robuste e rosee prospettive per il futuro del teatro, in seguito alle recenti innovazioni in Consiglio d'Amministrazione.
Un forte impatto, si diceva, che è stato sottolineato anche dal regista, Mario Martone, accanto allo scenografo Sergio Tramonti. «Abbiamo pensato a Verdi e al suo teatro musicale: un tipo di opera che ha bisogno di una solida dimensione visiva. Per questo, pur nell'essenzialità delle scene, abbiamo curato l'elemento spettacolare, anche da un punto di vista emozionale». Riscoprire Verdi, questo l'obiettivo: e in tal senso sembra andare anche la scelta della collocazione storica, che si sposta di due secoli. «Verdi concepiva la sua opera con la sensibilità del proprio tempo, e ciò ha fatto sì che si concentrassero nella storia elementi a lui contemporanei di forte valenza sociale ed emotiva».
La Boston di fine ottocento sull'orlo della guerra di Secessione, percorsa da intrighi politici e cospirazioni e segnata da episodi di forte intolleranza razziale: questa la cornice ad un amore tragico e disperato, protagonista assoluto, ancor più che gli esseri in cui si manifesta, entità dotata di autonoma e travolgente potenza e destinato ad una «verdiana» catarsi - non sconfitta - soltanto nella morte. Unico possibile tragico epilogo per un dramma che ha nella cieca forza della gelosia e nell'oscura arte negromantica i due centri nevralgici, capaci di scatenare un'ineluttabile corsa verso l'annientamento di un sentimento sacro ma illecito, ucciso per questo non nell'essenza, bensì nella sola sua incarnazione umana. Gli ingredienti giusti per un bel drammone sentimentale? Forse dal giudizio non così nobile del D'Annunzio che lo giudicava «il più melodrammatico dei melodrammi», con accenti non così lusinghieri, s'intende.
Ma in realtà il «Ballo» è un'opera nuova, per struttura e soprattutto per intensità drammatica, un capolavoro in cui mirabilmente Verdi unisce elementi del «Grand Opera francese» e tradizione italiana, lasciandosi alle spalle le degenerazioni in cui era ormai incorso il genere operistico, con i suoi artificiosi clichè e le esasperanti leziosità. «Un'opera fantastica» ha affermato il direttore Nicola Luisotti, che in sintonia con regista e scenografo sceglie di far rivivere l'anima del compositore. «L'unico modo per dar vita ad un'opera veramente nuova è scoprire ogni aspetto, anche il più nascosto, della partitura, e farlo emergere. Allora stiamo certi che lo spettacolo ci sarà, immancabilmente».