Balo & C. Se l’italiano è marziano all’estero

di Riccardo Signori

Re del Garden, re della Streif e re d’Inghilterra. E chi sono, marziani? No, solo tre italiani. Tre italiani veri. O quasi. Uniti nel nome di tempismo e precisione. Eccoci qui, di nuovo a goderci l’italian style esportato all’estero, in tempi così difficili ci distraggono da spread e affini. Detti e letti i nomi, qualcuno eccepirà sull’italiano vero. Ma poi, vedendo e rivedendo fatti e personaggi, capirete che nessuno è più italiano di Mario Balotelli (foto), nato per caso a Palermo, vissuto per fortuna (sua) a Brescia, esportato da Milano a Manchester ed ora finalmente calato con più convinzione nella city e nel City. Follia e bravura fanno tutt’uno: ieri come sempre. Ma non è forse questo l’italiano vero? Che si mette nei pasticci e se ne tira fuori con l’arte sua? Ieri, appunto, Supermario è entrato quando il City si era già complicato la partita contro il Tottenham, passando da un facile 2-0 a un stupefacente 2-2. Balotelli, entrato al minuto 65 al posto di Dzeko, quasi subito ha rischiato di farsi cacciare per un brutto intervento con il piede sulla testa di Parker. Follia che ha fatto infuriare Redknapp, allenatore degli Spurs. Mancini avrà sudato. Ma quando lo ha visto penetrare in area e scendere steso da King, avrà contato fino a 100 prima di domandarsi: e adesso? Adesso tiro io, ha pensato Balotelli. Non era un momento qualunque: il cronometro segnava il quinto minuto di recupero. In pratica la fine della partita. Balotelli è andato sul dischetto, rincorsa e sparo guardando fino all’ultimo istante il portiere. Roba da fenomeni o da pazzi. E lui ha fatto il fenomeno, segnando il gol del successo che vale ancora la testa della classifica per il Manchester City e il nono della sua serie.
L’impresa di Supermario ha concluso il cerchio magico di una domenica italiana in tour per il mondo. Una domenica di sana italianità sportiva. Danilo Gallinari ci ha salutato di prima mattina rimettendo a posto i suoi conti con New York e con i Knicks, la squadra che lo ha spedito a Denver. Ha mitragliato punti e assist, quel che conta nel basket Nba. Per una notte re del Madison Square Garden, laddove solo Nino Benvenuti (quello era il vecchio Madison) riuscì a mettersi una corona in testa.
Non contenti ci siamo gustati il mezzogiorno sulle nevi di Kitzbuhel. Dici Streif e lo stomaco si blocca, corrono i ricordi. Appunto come dire Madison o Wembley o Wimbledon: non c’è stadio del cuore e teatro della memoria dove gli italiani non abbiano lasciato un segno. Quelli dello sci ci hanno abituati a giocarcela con cognomi e nomi che, sì insomma, fanno a pugni con l’italiano vero: Gustav Thoeni, Piero Gros, Kristian Ghedina. Poi ci fu Alberto Tomba. Qui siamo alla tendenza francese: Cristian Deville, che pur è nato a Cavalese, non ci fa arrotare la erre, ma ci fa alzare la mano. Anzi, la manita. Ormai sono cinque i re italiani della Streif. Il nome di ciascuno inciso sulla porta della Funivia rossa che porta lassù. Una porta sul mondo: ieri molto azzurra.