Balotelli: genio o asino?

L'attaccante dell'Inter è stato promosso, alla maturità, con il minimo dei voti. Ora pensa di iscriversi all'università. Ai calciatori non servono lauree, devono solo giocare bene E poi: fa più
cultura sapere o saper fare qualcosa?

Ci sembra di sentire già i cori ironici levarsi dalle tribune del benpensanti di fronte alla prestazione, ai limiti della sufficienza, di quell’improbabile squadra di studenti-calciatori che ieri ha superato l’esame di Maturità in «zona Cesarini», che vuol dire con il minimo in pagella: 62 su cento nel migliore dei casi (la promessa dell’Inter Davide Santon), 60 nel peggiore (la superstar Mario Balotelli).
I professorini della morale e i paladini della meritocrazia non ci risparmieranno l’indignazione di fronte allo scandalo del consueto «diplomificio» dei vip né il sarcasmo davanti all’ennesima riconferma dello stereotipo «calciatore uguale ignorante», o «buzzurro». Insopportabili fantasisti del luogo comune. Ci sembrano, come si dice in questi casi, discorsi da bar.

In realtà, al netto sia del talento del fuoriclasse quando strappa l’applauso sul campo di calcio sia dell’irresponsabilità del ragazzo quando spara con la scacciacani in mezzo alla strada, non ha senso chiedere a Balotelli di essere bravo anche a scuola. Gioca in un’altra categoria, quello dello sportivo. Perché giudicarlo per il suo rendimento da studente? È chiaro a tutti che l’importante, semmai, è che un domani ci faccia vincere la Coppa del Mondo, visto che lui non aprirà mai uno studio di Commercialista (permettendogli la sua dichiarazione dei redditi di vivere di rendita a oltranza) e nessuno di noi, anche nell’eventualità, gli affiderebbe la propria (non essendo il «saper far di conto» la sua qualità più spiccata).

Dopo il tema «fatto molto bene» - come garantiscono i suoi insegnanti - e l’orale «andato così così», ieri Balotelli si è ufficialmente diplomato all’Istituto commerciale a indirizzo economico-aziendale, ossia la «vecchia» Ragioneria. Alle otto di mattina, mentre si preparava per andare all’allenamento, ha ricevuto la telefonata della direttrice dell’Istituto «Milano»: «Mario ce l’hai fatta, hai preso 60!». Dall’altra parte del cellulare c’è stato un urlo di gioia, neppure avesse segnato un gol in Champions League: «Ora posso fare qualsiasi lavoro!», pare abbia commentato il giocatore, il quale ha subito fatto sapere di volersi iscrivere all’università.

Potremmo anche augurare a Balotelli un luminoso futuro da professore di Educazione fisica, dopo la laurea alla facoltà di Scienze motorie all’Università Cattolica, magari. Ma francamente non ne vediamo la necessità, né per lui né per noi. Tramontata da un pezzo l’epoca in cui il famoso «pezzo di carta» era raccomandato anche ai campioni di serie A, «perché dopo non si sa mai...», oggi alle stelle e alle stelline del calcio non servono più paracaduti «professionali». Un tempo il diploma da geometra era un’assicurazione sulla vita anche per un capocannoniere. Oggi lo star system garantisce persino alle riserve un posto da allenatore o da stilista, e se proprio va male da commentatore televisivo. Dalla Rai a Telelombardia le poltroncine a disposizione sono tante.

Salviamo l’atleta Balotelli. Il ragionier Mario non ci interessa. Sa fare, bene o benissimo a seconda dei punti di vista, il calciatore. Non possiamo pretendere che sia anche un genio. Tra «sapere» e «saper fare», il destino e la natura hanno riservato a SuperMario la seconda delle due. Il suo esame di Maturità è il rendimento (e il comportamento) in campo, non sui banchi. È nel «sapere fare» al meglio il calciatore che si deve giudicarlo, non nel «sapere» di Economia aziendale.

«Mario ha preso il minimo, ma ha finito la scuola con dignità perché ha cercato di conciliare gli impegni calcistici con lo studio - ha assicurato la direttrice d’istituto - e nessuno gli ha regalato nulla». E - per quanto sull’ultima parte dell’asserzione è lecito dubitare - non ce n’era neppure bisogno. Senza voler fare l’elogio del calciatore ignorante, Balotelli e i suoi compagni di Maturità sono esentati dalla valutazione scolastica. Per i loro padri, così come per i loro professori e i loro allenatori, il primo e più importante giudizio dovrà essere formulato in base a quanto e fino a che punto hanno realizzato l’obiettivo per cui si sono preparati, e sono stati «formati», nella vita. Vale a dire essere buoni giocatori di calcio. Che poi possano finire col diventare anche mediocri ragionieri, è del tutto superfluo.