Balotelli, tripletta inglese con l’Italia sempre in testa

Londra Tre gol per scacciare la nostalgia per l’Italia. La prima tripletta inglese, senza esultanza, come nel suo stile. Atteggiamenti che magari non piacciono a tutti, spesso controversi, mai banali. Nella giornata in cui sui media britannici rimbalza la notizia del suo prossimo addio, Mario Balotelli si carica sulle spalle il Manchester City che travolge l’Aston Villa e per qualche ora si issa in vetta alla Premier League. Lui tace e lascia che sia il campo a parlare. Ad esprimere tutto il suo talento. E per un pomeriggio anche la Serie A gli manca un po’ di meno. Perché dopo appena cinque mesi in Inghilterra Supermario starebbe pensando – il condizionale è d’obbligo – di fare le valigie. Queste almeno le indiscrezioni trapelate dal suo entourage. «Profondamente infelice» e «rammaricato» per la scelta compiuta la scorsa estate: così lo descrivono i suoi amici. E così testimoniano i continui ritorni a Milano, veri e propri blitz di qualche ora pur di sfuggire al freddo grigiore del nord dell’Inghilterra. Sintomi di un adattamento che a Manchester tarda a compiersi. E che neppure il sontuoso contratto riesce più a nascondere. Voci anonime, sussurri che l’interessato non confermate (né smentito, per la verità).
Rumori alla vigilia della riapertura del mercato da parte di chi – come la stampa d’Oltremanica - non è mai stata benevola con l’italiano. Perché su di lui – costato oltre 28 milioni di euro solo qualche mese fa – le aspettative (e le attenzioni) sono fatalmente enormi. Non sembrano bastare gli otto gol stagionali (in 11 presenze) tra campionato ed Europa League per zittire gli scettici, sempre pronti a stigmatizzare i (frequenti) gesti sopra le righe. Fanno più notizia le tante ammonizioni (quattro gialli e un rosso). O le panchine, come a Newcastle domenica scorsa.
Di sicuro dietro la nostalgia per l’Italia non c’è Roberto Mancini, perché il tecnico italiano è sempre il primo a proteggerlo, salvo non risparmiargli qualche rimbrotto, accompagnato però da immancabili incoraggiamenti. «Se Mario merita di giocare allora gioca, viceversa va in panchina come tutti - le parole del tecnico del City ribadite ieri -. Mario è un giocatore speciale con talento enorme ma anche lui ci deve mettere cuore e impegno quando gioca. Non posso sapere se è felice o no. Ma non credo che voglia lasciare il più bel campionato del mondo». Un commento che suona come un augurio, perché le ambizioni del City passano fatalmente per i piedi di Balotelli. Certo, la tentazione Milan è dietro l’angolo, Mario non ha mai nascosto di essere stato tifoso rossonero da bambino. Ma la sua cessione a gennaio è praticamente impossibile. Altamente improbabile a giugno, a meno che non arrivi dalla Germania Edin Dzeko. Ma da qui a sei mesi possono cambiare tante cose, e non è detto che il finale sia già scritto.
Così come è sempre più in bilico, ma per il momento tutt’altro che segnato, il destino di Carlo Ancelotti sulla panchina del Chelsea, mentre il collega Joseph Guardiola- scrive il Mundo Deportivo - ha rinnovato per altri due anni con il Barcellona. Neppure la peggior striscia di risultati dei Blues negli ultimi 10 anni ne ha compromesso la permanenza a Stamford Bridge. Il rischio d’esonero – come ha ammesso lui stesso – esiste perché la crisi dei campioni d’Inghilterra è evidente, all’apparenza addirittura inarrestabile. Solo sei punti nelle ultime otto uscite, una vittoria, tre pareggi e quattro sconfitte. Ma non mancano certo le attenuanti, a cominciare dagli infortuni che hanno costretto Ancelotti spesso ad affidarsi ai giovani del vivaio. Una scelta obbligata anche a causa del mercato estivo: Carletto ha sposato la politica dell’austerity voluta dalla società. Ma ora – di fronte alle nuove difficoltà – pretende una netta virata strategica. Impensabile che il Chelsea possa recuperare lo svantaggio in Premier League e soprattutto dare l’assalto alla Champions League - vero obiettivo stagionale - con una rosa tanto esigua. Non c’é più tempo da perdere. Tocca a Roman Abramovich la prossima mossa: cambiare l’allenatore che solo sei mesi fa gli ha regalato il «double» o tornare a spendere come ha sempre fatto ai tempi di Jose Mourinho. La scelta più logica sarebbe la seconda, senza esitazioni. Ma nel calcio non sempre comanda la ragione. «Immagino che Abramovich non sia felice – la risposta di Ancelotti a chi gli chiedeva del rischio licenziamento -. Anche se bisognerebbe chiedere a lui, credo che abbia ancora fiducia in me». Le prossime due partite - oggi contro il Bolton, il 5 gennaio con il Wolves - ci diranno di più.