BALZAC La Commedia ritrovata

Esce il secondo volume dei Meridiani dedicato alla «Comédie humaine». Un’intera società sfila davanti ai nostri occhi, così viva che ci pare di averla sempre frequentata

Per un paio di settimane mi sono chiuso in casa con Balzac e nessun invito, seducente, intrigante, importante, appagante, è più riuscito a schiodarmi. Sono stato spicciativo con chi mi chiamava al telefono, ho mandato la servitù in vacanza (in realtà la domestica ucraina, ma Balzac ti fa vivere alla grande), ho abolito i ricevimenti del venerdì sera (ma sì, la cena settimanale fra amici: anche qui vale la parentesi appena fatta), i cocktail del pomeriggio, i weekend e gli inviti al lago, in campagna, a Londra, a Venezia, a Parigi (per tutto leggasi Brianza e idem come sopra per la parentesi...). Ora dopo ora, giorno dopo giorno, sono sprofondato in un mondo parallelo e autosufficiente dove nomi, personaggi, luoghi, ambienti si rincorrevano e si intrecciavano.
Un’intera società sfilava davanti ai miei occhi, colta in un momento particolare della sua storia, fra la fine della Francia napoleonica e la Rivoluzione di luglio del 1830, ma quell’Ottocento era talmente vivo, talmente presente che se fossi uscito di casa non mi sarei stupito di trovare una carrozza davanti al portone, un palco all’Opéra, un invito in qualche palazzo del Faubourg Saint Germain... Mai come in quell’immersione così assoluta e così felice ho capito quanto avesse ragione Oscar Wilde: «Una frequentazione costante di Balzac trasforma i nostri amici viventi in ombre, e i nostri conoscenti in ombre di ombre. Chi avrà mai voglia di uscire per andare a una serata mondana e incontrarci il suo amico d’infanzia Tomkins, quando può starsene a casa in compagnia di Lucien de Rubempré?».
Lucien de Rubempré è l’eroe delle Illusioni perdute e di Splendori e miserie delle cortigiane raccolti nel secondo volume della Commedia umana di Honoré de Balzac appena uscito per i Meridiani Mondadori (pagg. 1828, euro 49), dieci anni dopo il primo che raccoglieva, fra gli altri, la Storia dei Tredici, Papà Goriot, Eugénie Grandet. È probabile che ci vorrà lo stesso arco di tempo per il terzo (l’opera completa di Balzac nella Pléiade Gallimard è di 12 volumi), ma il lavoro fatto dalla curatrice Mariolina Bongiovanni Bertini e dalla sua équipe di traduttori e di studiosi, Gabriella Mezzanotte, Claudia Moro, Dianella Selvatico Estense, Susi Petri, Renato Capone, Francesco Scaglione, è talmente intelligente e accurato da compensare le attese e da non sfigurare rispetto all’edizione francese. Anzi, nel caso specifico del volume ora in libreria, la ricchezza dell’apparato documentario, il recupero filologico del testo, il confronto e i rimandi con gli altri romanzi del ciclo, l’annotazione puntuale rispetto al giornalismo, ai fatti politici, letterari, artistici dell’epoca, ne fanno un’edizione senza rivali in campo internazionale. Studi del genere riconciliano con l’editoria e le specializzazioni e si segnalano come un atto d’amore all’oggetto studiato che non ha prezzo.
Mariolina Bongiovanni Bertini ha anche fatto benissimo a tenere insieme Le illusioni e Gli splendori e miserie, a costo di inserire nel primo volume due romanzi che sono invece a essi successivi. Diremo di più: per meglio comprendere la complessità e la grandezza dell’opera balzacchiana, conviene proprio partire da questo secondo volume e procedere a ritroso: per estensione, ambizione, disegno, l’ascesa e caduta di Lucien de Rubempré che qui è raccontata è il passepartout che apre gli altri, li chiarifica e li giustifica, li completa e li nobilita. È come se per un gioco di incastri, rifacimenti, un universo già raccontato venisse sistematizzato, come se tanti piccoli precedenti interventi considerati ininfluenti, superflui e/o irrazionali, acquistassero un senso compiuto proprio nell’armonia del disegno finale. Balzac è un Proust che trasforma il tempo perduto in epifania del tempo presente.
Come tanti, troppi suoi lettori frettolosi nell’età dell’adolescenza, spesso sviati da edizioni frettolose, da introduzioni supponenti affiancate da traduzioni infelici, senza le giuste indicazioni su come visitare le innumerevoli stanze di cui si compone la Commedia umana e quindi condannati a sostare in anticamera o finire in cantina, laddove ci si sarebbe dovuti sedere subito in salotto o infilarsi nel budoir, inchiodati infine dalla dittatura critica delle comparazioni e delle gerarchie che lo riduceva a volenteroso artigiano a petto di artisti più compiuti e più consapevoli (il coevo Stendhal, il successivo Flaubert), a lungo il giudizio su di lui è rimasto quello di una gigantesca macchina «per produrre frasi», come da sua definizione del resto, condannata dalla stessa bulimia che le dava vita. Una sorta di mostro che si nutriva della propria scrittura, ma non riusciva a elevarla a visione del mondo, consapevolezza critica, quadro d’insieme, giusto bilanciamento fra forma e contenuto. Rimanevano sì le dichiarazioni di principio, gli intenti, i proclami: ma sembravano più far parte dell’armamentario letterario ottocentesco che di una vera e coerente teoria del romanzo.
Il secondo volume mette ora le cose a posto e ridà a Balzac quello che gli è proprio: la più completa, esauriente, autosufficente rappresentazione di un’epoca e di una società. Talmente viva, talmente autonoma, talmente credibile da imporsi come altrettanto vera, o addirittura più vera, di quella reale, da cui lo scrittore prese le mosse. Noi oggi non sappiamo di quali modelli storici Papà Goriot o Le illusioni perdute si siano nutrite per dar vita al personaggio di Eugene de Rastignac, il giovane nobile di provincia che muove vittorioso alla conquista della capitale, di Lucien de Rubempré, il bellissimo poeta che da quella capitale sarà invece sconfitto. Sappiamo solo che se dovessimo indicare un campione mondano di cinismo, uno che conosce il male per averlo visto e subìto, non compiuto, e che quindi ha messo da parte ogni illusione sul bene, diremmo che «è un Rastignac», allo stesso modo di come Eugene, preso atto della meschinità del mondo, getta il suo guanto di sfida a Parigi: «Lanciò su quell’alveare ronzante uno sguardo che sembrava suggerne il miele e pronunziò queste solenni parole: “A noi due, ora”». Sappiamo solo che se dovessimo dare un nome al simbolo di una vita bruciata per debolezza, viltà, voluttà, diremmo «è un Rubempré», allo stesso modo di come Lucien, preso atto della fine di tutto, si chiama fuori: «Avete voluto farmi potente e degno di gloria, mi avete precipitato negli abissi del suicidio, ecco tutto. Da molto tempo sentivo la vertigine librarsi sopra di me».
Nessun scrittore ci ha lasciato della Francia postnapoleonica, ancora monarchica ma già repubblicana, una messe così copiosa di informazioni. E nessun scrittore ha raccontato con miglior cognizione di causa il perché di una crisi soprattutto morale: «La giovinezza di quel tempo non somiglia alla giovinezza di nessun’altra epoca: si è formata tra i ricordi dell’Impero e quelli dell’Emigrazione, tra le tradizioni di corte e gli studi coscienziosi della borghesia, tra la religione e i balli in maschera, costretta inoltre a rispettare la volontà del re, anche se il re sbagliava. Questa gioventù incerta di tutto, cieca e chiaroveggente, non contava niente per i vecchi, gelosi di conservare nelle proprie deboli mani le redini dello Stato».
Allo stesso modo però nessun scrittore è mai riuscito come Balzac a fare di una certa Francia la propria Francia. Su di un’epoca «fredda, meschina e senza poesia», che non ha bisogno di «anime grandi», dove «si schernivano i ministri che non erano gentiluomini, ma non si forniva abbastanza gentiluomini da diventare ministri», dove la nobiltà è disseccata, la richezza è osannata, la gioventù è impotente, Balzac dà vita a personaggi che si trovano a recitare su un palcoscenico che non è il loro. Le nobildonne vorrebbero continuare a comportarsi come se ci fosse ancora una corte, mentre esiste solo la sua caricatura. I gentiluomini vorrebbero esibire solo i loro quarti di nobiltà, ma la nuova aristocrazia del denaro glieli corrode e li soppianta. Gli scrittori vorrebbero inseguire l’arte, ma il mercato chiede loro merce. Gli ufficiali vorrebbero pensare solo alla gloria, ma la gloria è stata già tutta consumata e non resta che la noia e la memoria. È questo contrasto a trasformare un’avventura galante in una tragedia, una speculazione economica in un delitto, una vocazione intellettuale in una carriera. Il generale Montriveau causa la morte di La duchessa di Langeais, il nobile de Marsay seduce e quindi uccide La ragazza dagli occhi d’oro, Diane de Monfrigneuse porta ben nascosti su di sé I segreti della principessa di Cadignan, il genio del male Vautrin crede di trovare negli Splendori e miserie delle cortigiane il campo di manovra che gli era sfuggito nella piccola pensione di Papà Goriot... È come se tutti consumassero energie prodigiose all’interno di un sistema sociale che non sa cosa farsene, è come se i desideri e i sogni di grandezza di ciascuno finissero confinati negli spazi ristretti di forme senza più contenuto, di contenuti senza più sostanza.
Allo stesso modo dei suoi eroi, anche Balzac è alla fine schiantato dallo sbilanciamento fra ciò che vorrebbe dare e ciò che la società è in grado di ricevere. Lavora a una gigantesca opera d’arte, lo scambiano per un onnivoro pubblicista che non sa però finire i suoi romanzi... Si accontentano di racconti a puntate lì dove c’è un’opera capitale, il monumento a cui viene sacrificata una vita. Con i due volumi della Commedia umana il lettore italiano ha ora di fronte, per la prima volta, qualcosa che rivaleggia con la Recherche di Proust. Li onori come tali, li legga come tali. Non se ne pentirà.