Bambini dietro le sbarre

In Iran le femmine con più di 9 anni e i maschi in età superiore ai 15 sono considerati adulti e quindi punibili con la pena capitale

Sakina è stata venduta dal padre a un uomo di 65 anni, per saldare dei vecchi debiti. Aveva 7 anni quando si è fidanzata, 12 il giorno del matrimonio, 14 quando è finita dentro per omicidio. «Era geloso e crudele con me: non potevo lasciarlo solo a casa neppure per andare a trovare la mia famiglia. E mi picchiava due volte al giorno con un bastone». Fin dalla prima notte di nozze, solo perché non aveva nessuna esperienza sessuale. Ma non è stata lei a farlo fuori. Una notte lui cercò di strangolarla nel sonno, il nipote del marito rispose alle sue grida, nella lotta fu il vecchio a morire e loro due imprigionati per omicidio. A volte ride, a volte piange, a volte sviene. La famiglia del marito la vuole morta. E l’aspetta appena uscita, se uscirà, per saldare i conti.
Samar ha 24 anni, una laurea in lingua e letteratura araba e un lavoro che ha sempre sognato, al passo con i tempi: confezionare ordigni esplosivi per i kamikaze di Hamas. Abita ad Hasharon, carcere israeliano, in massima sicurezza, si è dichiarata prigioniera di guerra. Nella stessa cella c'è anche Ali, il tempo di nascere con parto cesareo in un ospedale israeliano ed eccolo lì, condannato innocente a una pena che non sa. Vivono in quattro metri per tre ma l’arredamento delle pareti fa tenerezza: c’è uno specchio di acciaio che riflette il musino di Alì.
Laura di anni ne ha appena fatti 19, ha il viso da fotomodella e un abito post moderno coloratissimo, buono per tutte le occasioni: una tuta arancione con su scritto Cdcr prisoner, come quelle che vanno di moda a Guantanamo. Tiene in braccio la piccola Haley nata lì dentro a State Valley, un topino finito in trappola, lontano dal cielo. Deve scontare due anni per spaccio di droga ma si sente colpevole solo dell’infelicità della sua piccolina. Per questo si volta a piangere verso la luce delle sbarre, perché lei non la veda.
Nkeiruka ha 21 anni e la sua bambina invece non ce l’ha più. Bambina era lei, quattordici anni, quando è rimasta incinta, il piccolo era nato in casa, senza nessuno ad assisterla, e dalla luce era subito tornato al buio, sono stati suoi solo gli ultimi sguardi della sua vita. Non era sposata, peccato mortale per chi appartiene alla comunità nigeriana degli Igbo. Per questo lo zio l’aveva accusata di aver ucciso il piccolo, per questo nessuno della famiglia l’aveva difesa, per questo è in carcere da sette anni per un delitto mai commesso. Ce ne sono seimila come lei in Nigeria, sette su dieci sono incensurati, non esistono tribunali per loro, li processano come adulti. Le hanno insegnato a fare il sapone e a lavorare a maglia. Se chiude gli occhi per non sentirsi abbandonata vede quelli del suo piccolo che la guardano ancora.
Un mondo di ingiustizie
Storie così si fa finta che non esistano, ma nel mondo i bambini in galera sono più di un milione. Dividono la cella con assassini e stupratori, finiscono nel braccio della morte. Human Rights Watch ha documentato violazioni sistematiche dei diritti legali dei bambini in Brasile, Bulgaria, Guatemala, India, Giamaica, Kenya, Pakistan, Russia e Stati Uniti: in Russia ci sono quasi 20.000 bambini in carcere, non hanno diritto a un avvocato, vengono interrogati senza un genitore, chi abusa di loro non paga mai; in Pakistan e in Kenya sopravvive la punizione corporale, frustate comprese; Iran, Congo, Nigeria, Arabia Saudita e Yemen non si fanno scrupoli di condannare a morte i minorenni; in Honduras sono centinaia i bambini uccisi dalle forze di sicurezza in esecuzioni extragiudiziali. Si risparmia e non si perde tempo.
Ma è peggio quello che non si sa, quello che non si vede. Nel carcere di Manila, metropoli di dodici milioni di abitanti, ci sono quattromila detenuti contro un tetto di sicurezza di mille, l’ultima rivolta ha provocato un incendio con sette vittime compreso un bambino di un anno. Qui non c’è pietà per i più piccoli: su un milione e 400mila bambini di strada, cresciuti senza amore e senza famiglia, almeno centomila l’anno finiscono in questa fogna. Ma hanno poche alternative: o finiscono nei finti karaoke che nascondono postriboli per pedofili o nelle mani di trafficanti d’organi cinesi, americani, europei, che qui trovano sempre carne fresca da vendere al macello. La gente li condanna a morte semplicemente ignorandoli.
Inferni islamici
Ma l’ultimo girone dell’inferno per gli innocenti sono le carceri islamiche. Nel penitenziario di Khadamiyah, nord di Bagdad, un ex palazzo reale trasformato in prigione, unico carcere femminile iracheno, sciite e sunnite convivono negli stessi corridoi, spesso con i loro bambini. Un posto duro dove circola droga e dove le donne si comportano come uomini con le reclute. Chi ha varcato questa soglia non ha più padri e mariti, la famiglia abbandona chi è vittima di una violenza. E fuori ad aspettarle ci sono i predoni per venderle sul mercato della prostituzione di Siria, Giordania, Yemen, o al terrorismo suicida. Una di loro è Waffa. Ha appena 16 anni quando il suo vicino la sequestra per sposarla, lei non vuole, lui la violenta per tre giorni, prima di venire ucciso da un uomo armato, dell’omicidio però viene incolpata lei. Non si sa quando e se uscirà. E nessuno ha scordato i 150 bambini liberati dai marines americani: avevano come unica colpa quella di non essere iscritti alle liste giovanili del partito Baath.
Sakina è invece una delle vittime bambine delle migliaia nascoste dell’Afghanistan. Gli anni dell’oscurantismo talebano, dell’ignoranza, della guerra e della povertà estrema hanno consegnato una generazione dei bambini alla violenza. C’è chi è dentro per furto e contrabbando di droga, ma anche chi ha preso un anno per aver rubato un pollo. Le bambine imprigionate invece sono quasi tutte condannate per «crimini contro la morale». Le lentezze burocratiche, il feroce pregiudizio sociale e la mancanza di soldi condannano i bambini molto prima della sentenza. Passano anni prima che i loro casi vengano presi in considerazione e mesi prima che i giudicati possano uscire. Se il tribunale provvede poco o male, la comunità lo aggiusta. Raramente la famiglia resta vicina alla ragazza. Anzi aver avuto un figlio fuori dal matrimonio ed essere fuggita dal marito è una vergogna da lavare con il sangue. E abbassa il prezzo delle sorelle da sposare. Sakina sa già che nessuno vorrà sposarla, che là fuori la considerano poco meno di una prostituta. Ha due strade sole: o la fuga o il suicidio. Non ha più niente da perdere nemmeno se stessa. Come la sua compagna di cella, rapita a 12 anni da un sessantenne e messa incinta: ha preso tre anni per questo. Due mesi fa il bambino è nato, la sua famiglia ha rifiutato il piccolo e l’ha costretta a farlo adottare. Lei guarda il cielo tutto il giorno e non parla più. E c’è chi va oltre l’orrore. Ateqe sedici anni li ha compiuti il giorno in cui è salita sul patibolo, impiccata come Saddam in pubblico. Il tribunale di Teheran l’aveva accusata di «atti incompatibili con la castità» e duramente rimproverata al processo per il suo abbigliamento, ma non c’era nessun avvocato a difenderla. Soffriva di gravi problemi mentali, lo stesso giudice che l’ha condannata ha voluto metterle il cappio al collo. Strana favola al contrario, dove il buono alla fine muore. C’era una volta una bambina. E adesso non c’è più...