Bambini: il primo anno di vita è quello a maggior rischio

Roma, presentato al Bambino Gesù il rapporto europeo sulla salute di mamme e neonati. L’Italia supera l’esame ma resta troppo alto il ricorso al parto cesareo<br />

Il Bambino Gesù punto di riferimento per la salute materno infantile in Italia. Ieri presso l’ospedale pediatrico di Roma è stato presentato il rapporto europeo sulla salute di mamma e figlio, dalla gravidanza al primo anno di vita del bambino, che riporta i risultati di quattro importanti progetti finanziati dalla Commissione Europea. Si tratta di Euro-Peristat, che ha sviluppato gli indicatori per il monitoraggio e ha coordinato l’analisi dei dati, Euroneostat, che riguarda i nati pretermine ricoverati in terapia intensiva neonatale, Eurocat e Scpe, che monitorizzano rispettivamente le malformazioni congenite e le paralisi cerebrali.

Per la prima volta è disponibile un quadro completo e dettagliato che integra risultati provenienti da fonti diverse: dati correnti, sia di tipo anagrafico che sanitario e gestionale, e risultati di progetti specifici. Il rapporto è frutto della collaborazione di un ampio gruppo internazionale di epidemiologi, biostatistici e clinici, coordinato dall’Institut national de la santé et de la recherche médicale di Parigi (Francia), mentre nel nostro Paese Euro-Peristat è stato coordinato proprio dal Bambino Gesù in collaborazione con l’Istat.

Il dato più significativo svela che, nonostante i grandi progressi di questi ultimi decenni, il primo anno di vita e in particolare il primo mese, rappresenta ancora un periodo a rischio per i piccoli. Ogni anno, infatti, in Europa circa 25.000 bambini nascono morti, e altrettanti muoiono entro i primi 12 mesi. Tra quelli che sopravvivono circa 90mila presentano malformazioni di origine congenita, e altri 40mila hanno disabilità gravi. Persistono, poi, importanti diseguaglianze sia tra i diversi Paesi europei che all’interno dello stesso Paese, come dimostra Euro-Peristat che ha analizzato, in maniera comparativa, 26 nazioni. Su mille nati vivi, a esempio, il numero di quelli che perdono la vita nei paesi scandinavi nel primo anno varia da 3 in Svezia e Norvegia a 8.1 in Lituania e 9.4 in Lettonia, mentre in Italia il 4 su 1000.

Grave anche il risultato della mortalità neonatale: i morti nei primi 28 giorni di vita per 1000 nati vivi sono circa 2 in Svezia e Norvegia, 4.9 in Polonia, 5.7 in Lettonia e 2.8 in Italia. L’evidente squilibrio tra il Nord e il Sud dell’Europa solleva problemi sulla adeguatezza di una identica definizione per popolazioni diverse. I nati pretermine, invece, con età gestazionale inferiore a 37 settimane compiute, sono il 5.3 per cento in Lituania, il 5.6 in Finlandia, il 5.7 in Lettonia fino all’ 8.9 in Germania, l’11.4 in Austria e il 12.2 nella Repubblica Ceca (6.8 per cento in Italia). Nel nostro paese, poi, si registra un numero altissimo di cesarei, il 38 per cento delle nascite, mentre la percentuale in Slovenia è del 14 per cento, del 15 in Olanda e del 33 per cento in Portogallo.

Non esiste alcun Paese, in sintesi, che occupi sempre la migliore posizione per tutti gli indicatori. Tutti hanno punti di forza e altri su cui vi è necessità di miglioramento. Ed è necessario comprendere le ragioni di questa variabilità per poter formulare interventi efficaci di prevenzione. L’Italia occupa una posizione nel complesso buona, in linea con quelle degli altri Paesi occidentali, per la maggior parte degli indicatori di salute analizzati. Il nostro Paese si differenzia maggiormente, invece, per alcuni valori di utilizzo dei servizi sanitari. Ad esempio, abbiamo un tasso piuttosto elevato di episiotomie (52 per cento dei parti vaginali), superati in questo soltanto da Repubblica Ceca, Belgio e Spagna. E soprattutto, abbiamo in assoluto il tasso di parti cesarei più alto in Europa (37.8 per cento nel 2003): un dato spiegabile solo parzialmente con l’alta percentuale di nascite da donne di 35 anni o più. L’alta frequenza del parto cesareo in Italia si conferma anche per i dati più recenti (37.3 per cento nel 2005), con una grande variabilità tra le regioni: 22.5 per cento in Valle d’Aosta, 24 per cento in Friuli e Toscana, 42 per cento in Lazio, 52.8 in Sicilia, e 59.6 in Campania.