Bamboccioni, la Meloni: dare un calcio ai ragazzi? No, meglio darlo ai politici

Il ministro: &quot;A volte rimanere in famiglia non è una scelta di comodo, ma un'esigenza obbligata&quot;. <strong>Il dibattito: <a href="/a.pic1?ID=498806">Giordano</a></strong>, <strong><a href="/a.pic1?ID=498896">Zecchi</a></strong> e <strong><a href="/interni/lanti-bamboccione_5_milioni_euro/13-01-2011/articolo-id=499185-page=0-comments=1">Materi</a></strong><br />

Gentile Direttore,

innanzitutto grazie per lo spazio che Il Giornale sta dedi­c­ando in questi giorni al dibat­tito sulla «questione giovani­le » in Italia. Partirei proprio da qui: dav­v­ero c'è qualcuno che può ne­gare l'esistenza, oggi, nella no­stra nazione, di una «questio­ne giovanile»? In quale altro modo si potrebbe definire il combinato disposto tra la più alta disoccupazione giovani­le dal dopoguerra, la precarie­tà dei più consueti rapporti di lavoro, gli stipendi che per la prima volta decrescono rispet­to agli anni precedenti, il co­sto della vita che viceversa continua a crescere, la pres­sione fiscale che non molla di un centimetro rendendo va­ne le nuove idee imprendito­riali, un sistema pensionisti­co impost­ato su base retributi­va che evidentemente restitui­rà ben poco del pochissimo che già si sta guadagnando og­gi? Vogliamo chiamarla diver­samente perché la tiritera sul­la «questione giovanile» ci ha ormai stufato? Per me va be­nissimo. Sono terribilmente allergica alla retorica. Purché si abbia l'onesta intellettuale di riconoscere che al di là dei termini giornalistici o politi­chesi e di alcuni vizi genera­zionali figli del benessere ac­quisito, c'è un problema da af­frontare. E possibilmente ri­solvere. Come giustamente fa­ceva notare una lettrice nei giorni scorsi, magari fossero solo quelli della disoccupazio­ne o della scarsa propensione ad accettare lavori poco «nobi­li », i nemici da sconfiggere.

Troppi «under 40» (40!), mentre sto scrivendo questa lettera, sono al lavoro come stagisti o con un contratto a progetto, o come avvocati, o come giornalisti, dannandosi l'anima per uno stipendio che va tra i 350 e gli 800 euro. Sen­za possibilità di migliorare la propria condizione in futuro, considerati come reietti dalle banche quando timidamente si affacciano allo sportello per chiedere un mutuo. Poi ci sono i disoccupati. Tanti, tantissimi. Alcuni se ne stanno indolenti tra le braccia di una famiglia eccessivamen­te protettiva, ma molti altri si sbattono tutto il giorno tra un colloquio e l'altro, sperando di mettere a frutto le proprie capacità, i propri studi. Qualcuno vuole dargli tor­to? Lo faccia, io non me la sen­to. Nonostante sognassi di fa­re l'interprete linguistica, do­po il diploma in lingue con 60/sessantesimi, mi sono tro­vata un lavoro come camerie­ra per dare una mano a casa, rinunciando all'università, de­dicandomi successivamente al giornalismo e continuando a fare politica. Detto questo, ri­nunciare a quanto studiato per anni in cambio della pri­ma occupazione disponibile è certamente comprensibile, ma non augurabile a nessu­no. Insomma, la «questione gio­vanile » non è un vezzo o un'in­venzione. Il fatto che si esten­da a più di mezza Europa o sia aggravata da un contesto di crisi internazionale, non ci esi­me dal trattarla per quello che è: un'emergenza epocale. Per queste ragioni, insieme con i colleghi di governo, ci stiamo consumando nel tentativo di proporre soluzioni efficaci. Il primo punto è stato quel­lo dell'istruzione. Penso alle ri­forme della scuola e dell'uni­versità.

C'è poi l'orientamen­to al lavoro. Se nel momento della scelta decisiva per la pro­pria vita, ognuno avesse ben chiaro verso quali prospettive di guadagno o di occupabilità si sta muovendo, credo che avremmo molti più idraulici, ingegneri o infermieri e meno laureati in materie forse più af­fascinanti, ma certamente me­no utili alla realizzazione del­la propria indipendenza eco­nomica. Ancor più complessa è la questione legata ai contratti di lavoro. L'abuso di tipologie contrattuali nate per favorire il primo approccio con il mon­do del lavoro o la necessaria flessibilità delle aziende, va af­frontato con grande determi­nazione. Lo ha fatto benissimo il Mi­nistro Sacconi, riformando il contratto di apprendistato e mettendolo al sicuro dalle spe­culazioni. Lo ha fatto il Mini­stero della Gioventù con alcu­ne delle iniziative contenute nel pacchetto Diritto al Futu­ro, come quelle con cui si aiu­ta la stabilizzazione con con­tratti a tempo indeterminato dei giovani genitori. Nello stesso insieme di misure ab­biamo inserito il fondo di ga­ranzia per l'acquisto della pri­ma casa, la compartecipazio­ne finanziaria al 40% per le idee capaci di diventare im­presa grazie all'interesse di en­ti privati e fondazioni pubbli­che. Ma ancora molto c'è da fare. Stiamo lavorando duro per offrire ai giovani italiani le opportunità per realizzare le proprie legittime aspirazioni. In questo senso, per rispon­dere alla provocazione di Ma­rio Giordano, non penso che questi abbiano granché biso­gno di «calci nel sedere», non foss'altro perché già ne pren­dono abbastanza dalla socie­tà. A differenza di altre genera­zioni del passato, i giovani di oggi non chiedono aiutini di Stato, il 6 politico o i privilegi di cui hanno goduto altri. Ma una cosa è certa, nessu­no di loro disdegnerebbe, me compresa, di rifilare qualche calcio nel sedere a quei politi­ci e sindacalisti che negli anni belli dell'economia hanno pensato bene di mandare le persone in pensione a 40 anni o hanno messo insieme il se­condo debito pubblico più grande del mondo. Lascian­do il conto da pagare a chi sa­rebbe venuto dopo. A noi.