La banalità del male di Breivik Quel killer è «Uno di noi» fra crisi d'identità e ideologie

Il libro di Åsne Seierstad ricostruisce la storia della strage di Utoya e dell'assassino Per la critica è meglio di «A sangue freddo» di Capote ma in Italia non trova editore

Ci sono libri così dolorosi da indurci nella peggiore delle tentazioni: chiuderli e non pensarci più. One uf Us. The Story of Anders Breivik and the Massacre in Norway («Uno di noi. La storia di Anders Breivik e del massacro in Norvegia», Virago Press, pagg. 530, £ 16,99) di Åsne Seierstad rientra in questa categoria. Le prime pagine, un dettagliato resoconto dell'esecuzione a bruciapelo di undici ragazzini sul «Sentiero degli amanti» dell'isola di Utoya, ti fanno dire: non voglio andare oltre, conosco la storia dell'assassino Anders Breivik, auto-proclamatosi Cavaliere difensore dell'Occidente, e della strage costata la vita a 77 persone, tra cui 69 militanti del partito laburista, quasi tutti tra i 14 e i 20 anni, odiati in quanto «culturalmente marxisti». Per fortuna, c'è qualcosa di magnetico nello stile dell'autrice paragonata (e preferita) dal New York Times al Truman Capote di A sangue freddo e al Norman Mailer de Il canto del boia . Impossibile smettere di leggere. Siamo nell'ambito della cosiddetta non fiction novel : il reportage che utilizza le tecniche della letteratura. Seierstad, nota per il bestseller Il libraio di Kabul (Bur), ha consultato le fonti processuali e intervistato molti dei protagonisti (non Breivik che ha declinato l'invito). Gran parte dei dialoghi proviene direttamente dalle carte e non è frutto di invenzione. Ma anche se lo fosse, il valore di One of Us rimarrebbe inalterato.

La storia del killer, dunque. Anders Breivik, nato a Oslo nel 1979, vive nel segno del rifiuto e dell'esclusione. Il padre lo abbandona subito, lasciandolo con una madre dalla psiche instabile. Il bambino trascorre l'infanzia nei meandri del welfare norvegese che prende una cantonata e rinuncia ad affidarlo a una famiglia d'adozione. L'adolescenza è spasmodica ricerca di una comunità nella quale inserirsi. Breivik ci prova con le gang di graffitari ma non funziona. Si lascia coinvolgere dal Fremskrittpartiet, partito politico anti-immigrazione e anti-tasse, dal quale viene scaricato come inadeguato a qualsiasi carica. Dopo qualche esperienza «imprenditoriale» ai limiti della legalità, Breivik si chiude in casa (per anni) a smanettare on line , anche 18 ore al giorno, con World of Warcraft , un gioco di ruolo fantasy in cui sembra «farsi un nome» come guerriero prima di trovarsi ancora una volta da solo. Entra a far parte di una loggia massonica, verso la quale però perde subito qualunque interesse. A questo punto inizia la sua «educazione» ideologica, da autodidatta e condotta interamente sul web. Breivik teme sopra ogni altra cosa l'islamizzazione della Norvegia e dell'Europa. Detesta il multiculturalismo e il politicamente corretto. Si sente demonizzato da una cultura marxista sconfitta dalla storia ma vincitrice nei fatti. La faccenda deraglia in ossessione. Scrive un manifesto di oltre 1500 pagine, molte copiate, sul destino del Vecchio continente in cui incita alla rivoluzione. Si ritira in una fattoria e prepara l'ordigno che esplode a Oslo il 22 luglio 2011 alle ore 15 e 25 sotto l'ufficio del primo ministro Jens Stoltenberg. Le vittime sono otto. Breivik parte subito per Utoya dove è in corso il campus estivo dell'Auf, l'organizzazione dei giovani laburisti. Prima che possa salire sul van, viene notato da un passante, che chiama la polizia. Una incredibile serie di errori delle forze dell'ordine permette al killer di raggiungere l'obiettivo circa due ore dopo. Breivik rimane indisturbato sull'isola per oltre sessanta minuti prima di essere arrestato dalle forze speciali. È una carneficina: 69 morti, perlopiù giovanissimi. Il successivo processo ruota intorno a una sola domanda: Breivik è capace di intendere e di volere? Le perizie psichiatriche sono contrastanti ma alla fine l'omicida è riconosciuto sano di mente (come egli voleva) e condannato a ventuno anni di carcere, il massimo della pena. Alla scadenza, il giudice potrà allungare la permanenza in prigione di quinquennio in quinquennio fino alla morte.

Seierstad mette in fila i fatti senza offrire il proprio punto di vista, e questo è un pregio di One of Us , disperatamente oggettivo. Un libro di questo tipo si assume un certo numero di rischi. Il primo è trasformare il mostro in eroe. Seierstad risolve la questione alla radice, riservando grande spazio alla biografia delle vittime, il figlio della borghesia norvegese accanto alla figlia di rifugiati provenienti dall'Irak curdo. Inoltre Breivik è presentato come un prodotto dei nostri tempi di crisi e crescente alienazione: nulla di speciale. Non mette i brividi? L'altro punto critico, non a caso affrontato con prospettive diverse dai recensori stranieri, riguarda il nesso tra le idee di Breivik e le sue azioni. Scrive a esempio Ian Buruma sul quotidiano inglese The Guardian : «Agitare lo spettro della guerra, della minaccia islamica verso la nostra civiltà, parlare di “Eurabia” e della complicità delle élite culturali nella nostra imminente caduta crea quel clima tossico nel quale “visionari” come Breivik possono trovare una giustificazione per i loro orribili atti». Una posizione, questa di Buruma, che sembra strumentale, al pari di quella di chi ritiene tutti i musulmani potenziali terroristi.

Comunque sia, One of Us ci parla dell'Europa di oggi. Seierstad si sofferma sulla crescita dell'immigrazione, sui cambiamenti del welfare, sui contraccolpi politico-culturali provocati dai movimenti demografici forse epocali che abbiamo sotto gli occhi. One of Us è soprattutto un grande libro sul tema dell'identità personale e collettiva. Il vero problema, infatti, è decidere quale significato si debba dare a quel «noi» del titolo, che ci chiama tutti in causa. One of Us è bello e importante. Uscito in Norvegia nel 2013, e nei Paesi anglosassoni in queste settimane, nel momento in cui questo giornale va in stampa non ha un editore italiano...