La banca che non c’è più

Il governatore Antonio Fazio ha visto sfilare finora, davanti ai suoi occhi, nove governi: dal governo Ciampi del 1993, che per andare a Palazzo Chigi lasciò il trono di Palazzo Koch, e a malincuore perché a succedergli era proprio Fazio con il quale non era in sintonia, all'attuale governo Berlusconi. Questo solo dato basterebbe a consigliare un po' più di stile a chi, solo da qualche tempo, ha preso le distanze in modo furioso e scandalizzato dal Governatore. Questo lungo lasso di tempo indica una cosa precisa: Fazio ha gestito la Banca d'Italia in un periodo di grande turbolenza politica, di privatizzazione dell'intero settore bancario con la scomparsa delle banche controllate dallo Stato e, soprattutto, il passaggio dalla lira all'euro.
La questione è: la Banca d'Italia era strutturalmente adeguata a sostenere queste acrobazie? La risposta è negativa, ma non per colpa di Bankitalia, bensì di quei governi che, preparando l'Italia ad entrare nell'euro e poi facendovela aderire, non provvidero a adeguare lo statuto dell'istituzione che di tutto questo avrebbe risentito in modo più diretto i contraccolpi. Come sempre, in Italia manca la cultura della previsione, cioè manca la cultura strategica: si reagisce, spesso con fortuna non disgiunta da genetica abilità, all'emergenza del momento, alternando l'arte della demonizzazione a quella dell'angelicazione.
Tutti i Paesi che hanno aderito all'euro hanno visto privare le loro banche centrali del potere più incisivo: quello di gestire la politica monetaria nella cornice della politica economica generale. Perché deve essere chiaro un punto: la conclamata autonomia delle banche centrali non è stata mai assoluta. La politica monetaria, incidendo sul costo del denaro e sulla quantità in circolazione, ha cogestito, insieme ai governi, la politica economica dei singoli Paesi. In alcuni, il peso della banca centrale è stato maggiore, nel senso che la classe politica le delegava un forte ruolo di incidenza sulla politica economica attraverso la leva monetaria, in altri il potere politico, per ragioni politiche, ha fatto valere di più la propria forza.
Da noi, intorno alla Banca d'Italia, si è formato un mito, di indipendenza e autorevolezza, che non ha molta ragion d'essere, e che la condotta di Fazio, secondo i suoi più recenti critici, avrebbe distrutto. Ma, ci chiediamo, dov'erano questa indipendenza e questa autorevolezza, quando, a metà degli anni '70, l'inflazione raggiungeva il 20% e, a partire dalla fine di quel decennio, si cominciò a costruire la montagna del debito pubblico che avrebbe sconvolto la politica economica? Non sono forse state, queste scelte di politica economica - o di politica pura se si pensa agli obiettivi di «tenere il consenso» - assecondate tecnicamente dalla Banca d'Italia dei governatori che hanno preceduto Fazio, anche dopo l'opportuno «divorzio» dal Tesoro nel 1981?
L'eredità più spinosa lasciata al centrodestra nel 2001 è stata l'omissione dell'adeguamento della Banca d'Italia al nuovo contesto monetario dell'euro. Peccato di omissione del governo Prodi, replicato dai governi D'Alema abbagliati dalla finanziarizzazione dell'economia. Mancanza di visione strategica dopo il 2001, anche se attenuata dalle emergenze e soprattutto la recessione che ha colpito i nostri principali partner economici europei. Così i nodi sono venuti al pettine. Fazio non è né la causa dei problemi strutturali della Banca d'Italia né la loro soluzione. La soluzione è una buona e organica riforma di Bankitalia con una migliore definizione delle responsabilità in tema di politica economica. Fazio appartiene a una Banca d'Italia che non c'è più.