Banca clandestina, la rabbia di 300 cinesi

L’istituto illegale ha sottratto 350mila euro a 950 clienti. Ieri la protesta: «Hanno rubato a chi lavora»

A centinaia, a protestare davanti all’ingresso dell’«Oriente store». Via Paolo Sarpi, angolo via Bramante. «Chinatown». La rabbia di chi è stato truffato, dei correntisti che avevano depositato i propri risparmi nella banca clandestina scoperta il 4 luglio dalla guardia di finanza. Chiusa la banca, spariti i soldi.
Sono le 17.30. Trecento cinesi si radunano davanti al negozio. Dentro, vasi-sete-chincaglierie varie. Fuori, le urla. Si sono dati appuntamento per ieri, dopo aver organizzato la protesta nel fine settimana. «Due giorni di telefonate», racconta Deng, 40 anni da Tiang Jing. «Ho chiamato gli amici, siamo qui in cinque. Io ho perso 1.500 euro, messi da parte in un anno».
Gira voce che Wang «il banchiere» sia là dentro. Altri pensano che ci sia il figlio, o il fratello. Notizie confuse, l’uomo è asserragliato, gli animi si scaldano. Sul posto arrivano gli agenti di polizia e carabinieri, e disperdono i manifestanti. l’«Oriente store» resta chiuso. Dentro, nessuno risponde.
Cercano Wang, che è sparito. Come il denaro dei 949 correntisti di cui sono stati trovati i libretti rossi con i movimenti in dare e avere. Chi ha versato, ha perso tutto. Contanti per 217 mila euro e titoli di credito per 121 mila. Quasi un colosso, quella banca clandestina. Nascosta in un seminterrato, dietro le insegne di due negozi (un’attività di «money transfering» e una di assicurazioni), era stata capace di muovere denaro per un volume d’affari di oltre 40 milioni di euro.
Di più, la struttura era in grado non solo di fungere da deposito, ma anche di fornire finanziamenti, mutui per 5 milioni di euro, assicurazioni e «rimesse». Le fiamme gialle, infatti, avevano accertato trasferimenti di denaro verso la Cina per circa 15 milioni.
Quattro uomini e una donna erano stati denunciati con le accuse di esercizio abusivo della mediazione creditizia, di attività bancaria abusiva, di omesso controllo in atti bancari e finanziari. Due cinesi (e uno è proprio Ping Hsiao Wang), tre italiani. Dalle indagini, inoltre, era emersa l’ipotesi che esistessero altre finanziarie e micro istituti di credito che operano sui risparmi della comunità cinese. Finanziarie e istituti che potrebbero avere avuto l’appoggio di qualche filiale di banche italiane.
Ancora via Paolo Sarpi, un’ora dopo. Come sempre, carico e scarico di merci, via vai di volti quasi esclusivamente orientali. Ancora Deng, che ha voglia di parlare. L’italiano è stentato, ma «quell’uomo ci ha truffati, ha preso i soldi di tanta gente che è venuta a Milano per trovare un lavoro». Lui, che in Cina faceva il saldatore e che qui è tuttofare senza contratto, parla anche per i quattro che gli stanno accanto, seduti sul ciglio della strada. «Tutti hanno perso qualcosa. Qualcuno mille euro, qualcun altro duemila, qualcuno forse anche di più». E guarda Zhang, 38 anni, moglie e una figlia, che a Pechino faceva il tassista e in Paolo Sarpi è cuoco in uno dei tanti ristoranti orientali. Fa «tre» con le dita, poi parla ancora Deng: «Tre mila euro». \