Banca d’Italia, un palazzo ormai vuoto

Le ultime vicende bancarie completano il conclusivo centrarsi a Milano del nostro sistema bancario. Già regnante Fazio il salvataggio delle banche del Sud richiese di inglobarle in quelle settentrionali; la nuova Unicredito estende a Roma di fatto la stessa annessione. E perciò a guardarlo adesso Palazzo Koch dov'è Banca Italia pare ancora più strano. Grevissimo, fatto di cancelli troppo erti e pietre giganti, se ne sta lì, antiquario residuo di una Roma ch'è sempre più Bisanzio. E di una banca centrale sempre più ministeriale, senza vero daffare. Non c'è più la lira, e circolano ormai quegli euri così freddi, senza un'immagine vera su di essi, e che sembrano tagliandi da fiera, ma governati appunto in un grattacielo di Francoforte. Che si tratti di tesoreria, di uffici studi o vigilanza, è faticoso trovare ancora al palazzone un senso.
Ma l'Italia a Roma è tutta sempre più Bisanzio e fa finta di niente: gli impiegati resistono nei loro cerimoniali e nei loro privilegi. Mentre la nazione seguita a dimenticare a memoria che pure Banca d'Italia potrebbe privatizzarsi, almeno essere snellita del suo troppo personale. Giacché quel palazzo e i suoi abitanti sono ora dei ministeriali senza più aristocrazia, come tanti. E neppure il cervello di Draghi, così nervoso, preciso e discreto può farci molto, contraddire il movimento reale delle cose.
In effetti deve tra l'altro lui pure guardarsi da una Italia nel marasma senile e venefico della sua eterna decadenza romana: tra gli intrighi di banchieri vegliardi e i riflessi lenti di Prodi. Tutta gente che recita in ritardo rimedi che erano già dubbi negli anni Settanta. Tasse, campioni nazionali d'imprese anche bancarie, ma rendite garantite per almeno una metà del reddito nazionale, ch'è quanto conta la spesa pubblica. Siano banchieri o più plebei dirigenti delle Coop, stiano a Palazzo Chigi o in qualche procura o in Confindustria è tutta gente con cui usare cautela. Perciò non c'era proprio da crederci alla notizia che il governatore Draghi avesse chiamato «grande» lo sfogo di Montezemolo. Ed ecco ancora perché oggi il suo discorso dal pulpito all'assemblea sarà verosimilmente un capolavoro di chirurgici distinguo dal governo, però fatti parere il meno possibile tali. La fine del predicatore precedente ammonirebbe del resto chiunque a riguardo.
E tuttavia ci sono alcune cose che Draghi sereno non potrà eludere. Già il tesoretto è un abuso letterario, un nome troppo nobile per conti mal fatti ad arte dai politicanti. Ma il fabbisogno del settore statale fino ad aprile 2007 è stato addirittura superiore a quello dei primi quattro mesi del 2006. Comunque implica almeno la riforma delle pensioni, inoltre altri contenimenti delle spese, contraddetti invece dal contratto degli statali. Un altro punto non eludibile: le tasse. Il prelievo netto proprio non giova ai redditi disponibili delle famiglie consumatrici e la ripresa dei tedeschi separa ancor più il settentrione d'Italia da Roma. La quale al modo di Bisanzio seguita come niente fosse a ridistribuire lei una spesa che nel 2006 è arrivata al 50,1% del Pil. Certo invece, dovrà dire da notaio, pertanto tacere, ogni vera questione circa la Banca Centrale di Francoforte. E non ci spiegherà il perché di una politica dei tassi che troppo a lungo ha lasciato inflazionare i patrimoni, e svalutare il valore relativo del lavoro. Ma a chi nei cerimoniali di Palazzo Koch potrebbe chiedersi di più? Draghi insiste in una solerzia attenta, onesta benché a Roma-Bisanzio.
Geminello Alvi