«Dalla banca del Dna le verità nascoste»

Il generale Liberati: «Utile strumento, presto anche in Italia»

da Roma

«Finalmente! La banca-dati sul Dna è uno strumento veramente importante per le indagini e mi auguro che stavolta il governo la istituisca, senza ulteriori rinvii». Serafino Liberati, generale di Corpo d’armata dei carabinieri in ausiliaria e vicepresidente di Rifondazione democristiana, ha seguito fin dall’inizio la genesi di questo progetto quand’era comandante del Raggruppamento investigativo scientifico (Racis) e ora spera che si sia arrivati a una svolta. In uno dei prossimi consigli dei ministri si discuterà il ddl per istituire la banca-dati del Dna, messo a punto dai ministeri della Giustizia e dell’Interno, per il quale è già stata trovata la copertura finanziaria. Resta ancora da stabilire se sarà un provvedimento a parte o se sarà inserito nel pacchetto-sicurezza del Viminale. E casi come quello di De Mauro potrebbero essere più facili da risolvere.
Generale, l’Italia arriva ultima come al solito?
«Diciamo penultima. Negli Usa esiste da 15 anni e ha fatto emergere 130 casi di errori giudiziari. Una cifra notevole. In Europa esiste ovunque, tranne che in Grecia e Irlanda».
Come mai c’è voluto tanto tempo perché da noi si arrivasse a un progetto concreto. Ci sono state resistenze?
«Soprattutto lungaggini negli studi. Noi siamo ipergarantisti ma porre freni a uno strumento del genere sarebbe andare oltre il lecito. Ci vuole la massima trasparenza sulle garanzie, certo, ma senza intralciare la libertà d’indagine. Sento parlare di “schedature“ in senso negativo, ma non capisco certi timori».
Da quanto tempo si occupa del problema?
«Da anni, come comandante del Racis. A dicembre 2003, con Pierluigi Vigna che era capo della Procura nazionale antimafia, promossi un convegno sul tema, sotto l’egida del Comando generale dell’Arma. Nacque così una serie di iniziative tra ministero della Giustizia e degli Interni. Lo stesso anno ne parlai con l’allora capo del governo Silvio Berlusconi, come presidente del Cocer dei carabinieri. Le cose si stavano muovendo, ma sembrava non si arrivasse mai a una conclusione. Ad aprile scorso ho organizzato, come responsabile del Dipartimento sicurezza e difesa di Rifondazione democristiana, un convegno in cui si è discusso della banca anche con il ministro Clemente Mastella. Sono molto soddisfatto, ora, che il governo abbia preso l’iniziativa e mi auguro, come ex-comandante del Racis e investigatore già impegnato su tanti casi, che non ci siano altri ritardi. Varata la legge, basterà un anno per essere operativi».
Perché questo strumento è così importante?
«Consentirà la risoluzione di molti casi irrisolti di mafia, l’identificazione di persone scomparse (lo abbiamo sperimentato dopo lo tsunami) e un’osmosi di dati con le forze di polizia internazionali e degli altri Paesi. Ma l’aspetto più importante, per me, è che consentirà di scagionare chi non si è trovato sulla scena di un crimine e quindi di evitare errori giudiziari».
Quali problemi solleva una legge del genere?
«Il nodo da sciogliere, preliminarmente, è quello del prelievo biologico coattivo per archiviare i profili genetici dei criminali. Una sentenza della Cassazione ha stabilito nel ’96, per il caso della madonnina di Civitavecchia che piangeva sangue, che non basta l’autorizzazione del giudice se non c’è il consenso dell’interessato. Una legge per superare quest’ostacolo è dunque indispensabile».
Gli altri punti?
«La banca serve solo a identificare il personale ai fini di giustizia: un ausilio prezioso, ma che non sostituisce l’indagine tradizionale. Riguarda solo i condannati per reati violenti (si parla di almeno 3 anni di pena). Si deve decidere per quanto tempo dovranno essere conservati i dati e quale sarà l’autorità di controllo: per me, dovrebbe essere molto ampia, sul tipo della Corte d’Assise, con magistrati, avvocati, comuni cittadini, giornalisti. Il luogo dove si troverà la banca dovrebbe essere il Dipartimento penitenziario e bisognerà stabilire chi e come vi può accedere».
C’è una reale volontà, oggi di istituire la banca?
«Gli italiani la vogliono. Per un sondaggio di Observa del 2006, l’85,1 per cento dice sì e solo il 12,6 no; il 90 per cento è favorevole al prelievo coattivo e il 10 contrario».