Dalla banca alla poesia i Percorsi di Franco Bovio

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Silvia Pedemonte

La sua storia si potrebbe riassumere in un'immagine. O in un verbo. Se fosse una forma geometrica, sarebbe un grande cerchio, dal tratto nero e deciso, su foglio bianco. Se fosse una parola, sarebbe un verbo: tornare. Iniziare, fare, crederci, prendere i diversi Percorsi della vita. E tornare lì, lì dove tutto era iniziato. Tornare con le stesse idee, quelle idee che nel frattempo sono diventate più forti, rese quasi granitiche dai Percorsi dell'esistenza. Basterebbe quell'immagine, sarebbe sufficiente quel verbo per dipingere in superficie la storia di Franco Bovio. Perché per lui, l'ex vicepresidente della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia (15 anni in tutto, con in più una manciata di mesi da presidente, alla morte di Gianni Dagnino) dire poesia, dire Percorsi (l'ultima fatica letteraria da oggi in libreria per Linea Grafica Stampa & Design Editrice) significa tornare.
Equivale a disegnare un cerchio dove l'ultimo segno della matita gioca a rincorrere il primo, lo raggiunge fino a confondersi con esso. Salvo poi fermarsi a guardare in mezzo, a quel cerchio. E chiedersi che mai c'azzecca, un bancario con i versi poetici. E chiedersi che gioco è, la storia di uno che inizia a masticare di marketing e public relations, a Genova, dove magari solo a dire p.r. ti prendono per matto o pensano alle ricerche di mercato che proprio non sono la stessa cosa. Perché sono gli anni Sessanta, sotto la Lanterna. E chiedersi che gioco è, la storia di uno che crede in Bettino Craxi, e lo invita nel suo studio in via Assarotti, quando Craxi chi lo conosce (e rinnega) ancora. Perché sono gli anni Settanta, in Italia. E chiedersi che gioco è, la storia di uno che ha un solo credo («mettersi in ascolto, sempre») e che un giorno, nel giorno più doloroso della sua vita, riapre il cassetto delle poesie tenute ben segrete e le dona al mondo per continuare a far vivere, attraverso quei versi, la moglie Rosy. Perché questo è l'amore. E non esistono coordinate spaziali, né temporali, né morte, per recitarlo.
È tutto questo, Franco Bovio. È un genovese che a fissarlo negli occhi ci leggi la vita, dietro. Parte con uno studio: è la metà degli anni Sessanta, è il primo studio di comunicazione, marketing e public relations (p.r.) a Genova. Per quella passione, ne lascia un'altra nel cassetto: la poesia. «Fin dagli anni che mi hanno portato alla laurea in Giurisprudenza, ho scritto poesie e racconti, pubblicandoli su qualche giornaletto dell'università. Ma niente di più. Perché la vita, diciamo così, mi ha portato ad altri Percorsi». Un Percorso che è quello studio di p.r. e marketing, tuttora esistente, che Bovio ha seguito passo dopo passo fino a metà anni Novanta («poi, la banca mi ha assorbito troppo»); che è il matrimonio con Rosy, deceduta sei anni fa (LiberaMente, la prima raccolta è dedicata a lei: non solo formalmente), due figli e ora una nipote, Anna Rosa, alla quale il nonno dedica due poesie, in Percorsi; che è la carriera nei numeri, per l'uomo definito da Mikhail Gorbaciov il «banchiere dal volto umano». Un Percorso che lo (ri)porta dove tutto cominciò, per lui, genovese («in realtà ho radici tripartite. Parte della mia famiglia è piemontese; l'altra parte, è milanese. Mi sono sempre considerato figlio dell'allora triangolo economico; e questo, per me, significa agire con fare imprenditoriale milanese, avere un certo modo di riflettere tipico dei genovesi e possedere quel senso storico del vecchio Piemonte») che considera il poeta «una specie di filtro in grado di raccogliere ciò che intorno gli accade». E si torna al principio, il presidente del Fondo Tumori e Leucemie del bambino del Gaslini Bovio: a quei versi, rimasti chiusi nel cassetto, annegati da numeri e cifre. Solo per qualche anno, però. Prima di ricominciare il Percorso, dove l'ultimo segno della matita gioca a rincorrere il primo e lo raggiunge. Fino a confondersi con esso.