BANCA PONTI Il tesoro di famiglia della vecchia Milano

Nel 1871, Milano, nella cerchia dei bastioni, contava 119.009 abitanti. Cesare Cantù pubblicò il romanzo Il portafoglio di un operaio e s'inaugurò, nell'omonima piazza, il monumento a Cesare Beccaria. Nel maggio di quell'anno Cesare Ponti, un milanese, provenente dal ramo tessile, aprì in piazza Duomo un ufficio di cambia-valute che qualche anno dopo sarebbe diventato una banca.
Cesare Ponti è tra le figure di maggior spicco finanziario nello della Milano di ieri. La sua è stata, infatti, una delle prime “banche di famiglia” (vale a dire di proprietà di singole o più famiglie) nate dei primi del Novecento - tra le quali la Bellingaghi, la Manusardi, la Rasini, la Castellini, la Banca Lombarda, la Vonwiller, la Cassa Lombarda, la Rosemberg-Colorni, la Coppola - a cui si deve un impulso non trascurabile all'economia della città assieme agli istituti di credito di maggiori dimensioni - la Banca Commerciale, la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde e il Credito Italiano - che hanno sostenuto in particolare la grande industria.
Meriterebbe di essere raccontata la storia di queste banche - scomparse nel mutato scenario del mondo finanziario - operanti in genere con un solo sportello, ma agili e flessibili. I clienti si sentivano in casa, chiamavano per nome gli impiegati e a volte incontravano, durante un'operazione allo sportello, il direttore generale, o lo stesso presidente. Un mondo bancario, oggi non più realizzabile ragioni facilmente intuibili, a cominciare dallo sviluppo tecnologico e dalle numerose dinamiche finanziarie del mercato odierno - piccolo, ma efficiente e cordiale.
La banca Cesare Ponti è rimasta l'unica a ricordare l'epoca delle banche famigliari. Si trova ancora sotto i portici di Piazza Duomo, all'angolo con Via Mengoni, ed ha conservato il medesimo aspetto architettonico del passato: le stesse vetrine, la scritta con caratteri in oro, il bancone dei cambi in mogano intarsiato, perfettamente lucido. Dal 2005 fa parte del gruppo CARIGE, ma la famiglia ha conservato il 39 per cento delle azioni e la combinazione vuole che l'attuale presidente si chiami proprio come il bisnonno fondatore della banca: Cesare Ponti. Lo abbiamo incontrato.
«Fin dagli inizi del secolo scorso, Milano è stata il più importante centro finanziario d'Italia e in questo ambito le banche famigliari hanno svolto un ruolo significato, direi indispensabile, nell'economia della città». Alcuni ritengono che la clientela delle banche famigliari sia stata formata da nobili e dall'alta borghesia... «Per quanto ci riguarda, abbiamo sì avuto una clientela d'èlite, ma siamo stati vicini alla media e piccola industria. Molti commercianti, negozianti ed artigiani che, in quegli anni, volevano iniziare un'attività, si sono rivolti a noi e li abbiamo sostenuti», risponde Cesare Ponti, una persona estremamente cordiale e dall'aspetto giovanile accentuato dall'abito chiaro che non lo fa di certo assomigliare agli austeri presidenti di banca, immancabilmente vestiti di scuro e che, pur garbati, solo nello stringere la mano ricordano all'interlocutore l'esiguità del suo conto corrente.
Chi ricorda, domandiamo, in particolare delle persone di famiglia? «Mio nonno Gianluigi, un milanese di grande cultura, che sentiva il dovere di dare un apporto allo sviluppo ed al benessere della città, un filantropo. Amava disegnare e aveva studiato persino come modificare il Duomo, con delle torri laterali, per farlo sembrare più gotico. A quei tempi, del resto, fino agli anni 50 e 60, la borghesia benestante non si sottraeva al compito di sostenere la città».
Come si vive in una famiglia di banchieri milanesi? Pensiamo che l'educazione sia stata rigida. «Abbastanza, ma in famiglia regnava una certa libertà e non è mancato chi ha preferito trascorrere la vita piacevolmente. La nostra è una famiglia borghese normalissima, che ha sempre tenuto un profilo basso. Pensi che non ho mai avuto un'autista. I banchieri, secondo me, devono parlare poco e farsi vedere ancor meno. La riservatezza è esenziale. Solo mio nonno ha rivestito un ruolo pubblico, essendo stato presidente del Touring Club, e dell'automobile Club d'Italia. Mio padre era come me. Non frequentava l'ambiente bancario».
Qual è il suo giudizio su Milano? «Milano è sempre stata nel cuore della famiglia, ma per quanto mi riguarda, le dico francamente, che non mi legano alla città particolari emozioni o ricordi. Non rimpiango la Milano di una volta, anche se oggi ci sono cose che possono non piacere. Ho vissuto il Sessantotto da studente, quando solo per il fatto di essere vestito diversamente era pericoloso girare e, pur non essendomi mai occupato di politica - né destra, né sinistra - ho rischiato di prendere delle legnate. Gli anni Sessanta a Milano non sono stati piacevoli. Non ne ho un buon ricordo. Andare in una scuola pubblica voleva dire affrontare assemblee, botte... Il mio divertimento, fin dalla più giovane età, è quello di alzarmi la mattina presto, andare per i boschi, o in montagna, a caccia. Milano è molto cambiata, ma non posso dire se sia meglio la vita di ieri o quella di oggi. Guardo sempre avanti, il passato è storia e l'orologio della storia non può essere portato indietro. Non mi sento di giudicare».