Bancarotta: Donatella Dini condannata a 2 anni e 4 mesi (ma c'è l'indulto)

La vicenda in cui è coinvolta la moglie dell’ex ministro riguarda il Gruppo Zeta e, in particolare sul crac di 40 miliardi di lire che provocò il fallimento della Sidema srl, nel 2002. La pena è stata condonata per effetto dell'indulto

Roma - Due anni e quattro mesi di reclusione (pena condonata per effetto dell’indulto) e interdizione dalla gestione di cariche societarie per dieci anni (pena sospesa): è la condanna che il tribunale di Roma ha inflitto a Donatella Pasquali Zingone, moglie di Lamberto Dini, e all’ex amministratore Italo Mari per il crac di 22 milioni di euro della «Sidema», che faceva parte della holding Gruppo Zeta. I due sono stati ritenuti colpevoli di concorso in bancarotta fraudolenta con falso in bilancio in relazione alla rivalutazione ingiustificata del valore di alcuni terreni non edificabili, a ridosso del Tevere, nella zona di Castelnuovo di Porto, perchè il piano regolatore era privo di piano attuativo e c’era il divieto assoluto di costruzione per un concreto rischio di esondazione del fiume.

I due imputati, invece, sono stati assolti, «perchè il fatto non sussiste», dall’accusa di bancarotta preferenziale in relazione a presunte irregolarità legate all’estinzione di un debito della Sidema attraverso una terza società. Le difese, in relazione alla condanna, hanno annunciato ricorso in appello, una volta lette le motivazioni della sentenza. Il pm Paolo Auriemma aveva chiesto la condanna a quattro anni per la moglie dell’ex premier e a tre anni e mezzo per Mari. Il fallimento della «Sidema» era stato sancito dal tribunale nel marzo del 2002. Secondo l’accusa, erano stati inseriti nei bilanci della società dal 1994 al 2000 «fatti materiali non rispondenti al vero».

In particolare nel bilancio del 1999 era stato indicato come edificabile un terreno di Castelnuovo di Porto di proprietà della «Sidema» gravato da un doppio vincolo, uno di natura edilizia e l’altro relativo alla vicinanza del fiume Tevere. Un altro amministratore della «Sidema», Enrico Pozzo, aveva già patteggiato la condanna a due anni di reclusione.