Bancarotta fraudolenta, arrestato Vittorio Casale imprenditore vicino al Pd

I militari del nucleo di polizia tributaria hanno arrestato Vittorio Casale, inventore del Bingo e nel 2006 finito nelle indagini sulla scalata Antonveneta. Con lui arrestati anche gli imprenditori Francesco Vissari e Gianguido Bonatti

Milano - I militari del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano hanno arrestato per bancarotta fraudolenta Vittorio Casale, immobiliarista e colui che ha importato il Bingo in Italia. Nel 2006 il suo nome finì nelle indagini sulla scalata di Antonveneta. L’arresto è stato chiesto dai pm di Milano Luigi Orsi e Gaetano Ruta ed è stato disposto dal gip Fabrizio D’Arcangelo. Oltre a Casale, sono state eseguite due ordinanze di custodia cautelare in carcere e tre perquisizioni a Piacenza e a Roma nei confronti degli imprenditori Francesco Vissari e Gianguido Bonatti, accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta aggravata patrimoniale e documentale.

Dalle indagini è emerso che quattro società di un importante gruppo immobiliare, dopo avere realizzato cospicue plusvalenze e distribuito dividendi, omettevano di pagare imposte per 20 milioni di euro e per evitare le procedure esecutive nei confronti del gruppo venivano cedute a una società inattiva.

C’è anche la compravendita di immobili di ingente valore, come ad esempio un intero palazzo in piazza Parlamento a Roma, e un altro in piazza Castello a Milano, al centro dell’inchiesta milanese. Vittorio Casale, in passato il "re del Bingo", che era già stato indagato nell’inchiesta, sempre milanese, sulla mancata scalata ad Antonveneta, era impegnato in operazioni di trading immobiliari con la sua società, Operae spa, che, a sua volta, ne controlla altre quattro.

Casale, stando a quanto si apprende in ambienti giudiziari, avrebbe comprato una quindicina di immobili tra il 2004 e il 2006, tutti di grande valore, come quella da 60 milioni di euro relativa all’edificio di piazza Parlamento 18. Stando alla ricostruzione della Procura, gli arrestati avrebbero acquistato gli immobili per poi rivenderli maturando così cospicue plusvalenze realizzate non pagando nè le imposte dirette, nè l’Iva. E causando, per di più, un danno all’Erario quantificato in venti milioni. Numerosi degli immobili, comprati e rivenduti con un meccanismo molto simile a quello usato dai ’furbetti del quartierinò, si trovano a Bologna.