Per le banche altri soldi da Washington

Si chiama «bad bank», letteralmente banca cattiva, ma a dispetto del nome potrebbe avere effetti prodigiosi sul grande malato dell’economia mondiale: il sistema bancario. Giulio Tremonti ne è convinto e lo ripete da giorni. Negli anni Novanta il governo svedese ne creò una evitando la bancarotta; qualche mese fa la Svizzera ha fatto altrettanto per salvare l’Ubs. Ora potrebbe toccare al Belgio e, soprattutto, agli Stati Uniti.
L’idea in sé è semplice: il Tesoro crea un istituto di credito pubblico in cui vengono accantonati gli asset «tossici» delle banche private, che possono così tornare a concedere crediti alle aziende e ai privati; dunque a ridare linfa al sistema economico. Il problema è il costo, che è elevatissimo. A Stoccolma fu pari al 4% del Pil, a Zurigo sono stati sborsati 60 miliardi di franchi, che però potrebbero non essere sufficienti. Quanti miliardi di dollari sarebbero necessari per ripulire le banche americane che, assieme a quelle britanniche, sono le più indebitate?
Nessuno lo sa con certezza; ma la novità è che Obama inizia a considerare anche questa opzione. Tempi? «Qualche settimana», assicura la Casa Bianca, ammesso che riesca a risolvere l’incognita di Timothy Geithner, la cui conferma alla guida del Tesoro è in dubbio per un episodio di evasione fiscale risalente a qualche anno fa. Ieri la Commissione del Senato lo ha interrogato a lungo e ci si aspetta che alla fine la sua nomina venga approvata, anche perché una bocciatura sarebbe assai imbarazzante per lo stesso Obama, oltre che catastrofica per i mercati.
Una volta superato questo imprevisto, la nuova amministrazione potrà definire il piano d’intervento, che in realtà sono due: quello per risanare il sistema finanziario e quello per rilanciare l’economia reale. Il neopresidente deve ancora spendere 350 dei 700 miliardi ottenuti dal governo Bush lo scorso autunno e ha già deciso che circa 100 saranno usati per soccorrere i mutuatari insolventi, nel tentativo di fermare la discesa dei prezzi del mercato immobiliare. Ma tutti sanno che i 250 o 300 miliardi rimanenti non basteranno a soccorrere i colossi del credito, che infatti anche ieri sono precipitati in Borsa.
L’economia non può ripartire se prima non si risolve il problema delle banche. Obama ne è consapevole. Deve trovare una soluzione. Ieri Geithner non ha escluso quella della «bad bank», sebbene con forti riserve, perché implicherebbe di fatto una nazionalizzazione del sistema bancario. Sarebbe uno choc per un Paese profondamente antistatalista come l’America, ma secondo il Wall Street Journal è sempre più quotata; in alternativa il governo potrebbe continuare ad acquistare titoli convertibili degli istituti finanziari, come ha fatto finora, senza però ottenere risultati duraturi; oppure potrebbe emettere garanzie sui prodotti finanziari più rischiosi. Ma funzionerebbero?
Di certo Barack non intende ripetere l’errore del ministro del Tesoro uscente, Paulson, che ha cambiato strategia nell’arco di poche settimane. Obama vuole imboccare subito la via giusta. Anzi, deve. Secondo l’economista Nouriel Rubini i debiti del settore bancario ammonterebbero a 3600 miliardi, mentre il capitale ad appena 1400. Il sistema sarebbe già insolvente, in teoria. Un altro errore e rischierebbe di crollare del tutto.
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