Banche, «bomba» avviamenti sulle cedole

Le principali banche italiane sono tra due fuochi, Da una parte le richieste dell’Authority di vigilanza europea (Eba) che ha richiesto ricapitalizzazioni per 14,7 miliardi. Dall’altro lato, il nodo degli avviamenti, ossia di quel surplus «soggettivo» attribuito alle acquisizioni e che viene computato nello stato patrimoniale.
Su entrambi i fronti Unicredit, guidata dall’ad Federico Ghizzoni, ha cercato di anticipare il mercato. Si è adeguata alle richieste dell’Eba varando un aumento da 7,5 miliardi che dovrebbe partire tra un paio di mesi. Alle altre big - eccetto Intesa (già ricapitalizzata per 5 miliardi) - è richiesto un surplus di patrimonializzazione di circa 7 miliardi. Ieri l’esecutivo dell’Abi ha dato mandato al proprio presidente, nonché numero uno di Mps, Giuseppe Mussari a trattare con l’Eba affinché «si possa trovare una qualche forma di flessibilità e si considerino gli impatti sui mercati», in particolare sulla valutazione dei Btp in portafoglio.
Anche sul versante avviamenti Piazza Cordusio è, per ora, a posto. Gli oltre 8,6 miliardi di svalutazioni hanno portato il goodwill di Unicredit da 20,2 a 11,5 miliardi a fine settembre. In pratica, è stato ridimensionato ex post il valore delle acquisizioni dell’era-Profumo ammettendo implicitamente di averle pagate care. È una scelta che ha pesato sui conti del trimestre ma che non impatta sul Core Tier 1 (che è calcolato filtrando elementi immateriali come il goodwill). La ricaduta è sul patrimonio netto, sceso in 3 mesi, da 64,7 a 52,3 miliardi. «Ci sono rischi di ulteriori svalutazioni per le altre banche italiane, considerata l’ondata di fusioni e acquisizioni 2005-2008», ha commentato Aldo Comi di Kbw sottolineando che «i dividendi potrebbero essere a rischio». Unicredit, infatti, ha abolito la cedola 2011 e Moody’s ha colto la palla al balzo per metter eil rating A2 sotto osservazione con implicazioni negative.
Si tratta, però, di una scelta «politica» di pulizia del bilancio. Occorre quindi analizzare la situazione dei competitor di Unicredit. Se gli impairment test effettuati da Piazza Cordusio avevano evidenziato criticità sugli avviamenti, Mps li ha effettuati in sede di semestrale e ha avuto responsi positivi (saranno ripetuti in sede di bilancio). Sono 6,47 miliardi quasi tutti legati ad Antonveneta (Biverbanca pesa 200 milioni circa) e concorrono a un patrimonio netto di 16,5 miliardi. Ma, ad oggi, è inimmaginabile che il dg Antonio Vigni tracci un solco da profondo rosso anche per il primo azionista Fondazione Mps.
Per Intesa Sanpaolo il discorso è diverso. Anche se spetterà al ceo ad interim Marco Morelli effettuare le proprie valutazioni. I goodwill a fine 2010 valevano 18,9 miliardi (11,7 miliardi di Banca dei Territori e 1,8 sull’estero) e, secondo gli analisti, il loro valore dovrebbe essere rimasto sostanzialmente invariato incidendo su un patrimonio netto di 57,5 miliardi. Una «discontinuità» da Passera al momento è difficile da immaginare così come un taglio del dividendo tanto atteso dalle Fondazioni.
Più complessa la situazione delle grandi Popolari. In sede di trimestrale il Banco Popolare ha confermato il valore del goodwill: poco più di 4 miliardi (3,3 miliardi legati alla ex-Bpi e 180 milioni alla bancassurance con Fonsai e Aviva). Per l’ad Pier Francesco Saviotti, impegnato in una ristrutturazione non facile, non sarebbe una passeggiata intaccare un patrimonio netto di 11,8 miliardi. Idem per l’ad di Ubi Banca Massiah: avviamenti per 4,2 miliardi al 30 settembre (1,2 miliardi di Banco di Brescia) pesano su 11,3 miliardi di patrimonio.
Si tratta di scegliere. È meglio una svalutazione una tantum che «sgonfia» il patrimonio netto e consente di spingere sulla redditività (Rote)? Oppure è preferibile conservare lo status quo in uno scenario macro destinato a peggiorare a causa delle manovre anticrisi? Ai top banker l’ardua sentenza.