Le banche col parmigiano

C’è un filo rosso che lega indissolubilmente il futuro del Parmigiano e quello delle nostre banche nazionali. Può sembrare paradossale ma è così. Vediamo, ovviamente, di spiegarci meglio. Il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, ha disposto la settimana scorsa l’acquisto di 100 tonnellate di parmigiano reggiano e di altrettante di grana padano. Il motivo è nobile: fronteggiare la grave crisi del comparto. Per motivi del tutto analoghi il governo francese inietterà la bellezza di 10,5 miliardi di euro nei principali istituti di credito privati del suo Paese. Il rimbalzo in Borsa dei titoli interessati è stato immediato. SocGen, Paribas, Crédit Agricole, solo per citarne alcune, hanno incamerato risorse per rendere le loro spalle ancora più larghe. Tanto larghe che non è esclusa una loro nuova aggressività nel processo di consolidamento del settore bancario in Europa. Il presidente della federazione nazionale del Crédit Agricole, Jean-Marie Sander ha subito dichiarato: «L’Agricole ha l’ambizione e i mezzi per partecipare al match di consolidamento bancario europeo».

Dunque la sua banca potrebbe, il passaggio non è automatico ma plausibile, utilizzare le nuove risorse incamerate per scalare una banca, ad esempio italiana, che non avendo per ora avuto aiuti dallo Stato, è debole. Ecco perché, di questi tempi, si parla di un nuovo intervento regolamentare che renda più difficile in Italia le scalate ostili. Una difesa eretta per rendere, in queste condizioni, meno contendibili i nostri campioncini nazionali. È questo uno scenario che auguriamo al mercato nei prossimi anni?

Ritorniamo al nostro primo caso. Un minuto dopo l’intervento a favore del parmigiano, il presidente della sezione lattiero-casearia di Confindustria di Caserta, Giuseppe Mandara, ha detto: «Il governo corre in soccorso dei produttori di grana in crisi, ma non muove un dito per la crisi della bufala che si trascina ormai da tempo». Attendiamo posizioni analoghe dai produttori di olio extravergine di Andria o dai coltivatori di riso di Novara.

Insomma quando il ministro ci mette lo zampino, come si fissa l’asticella? Qual è la crisi più grave? Chi ha maggior peso al ministero per far sentire le proprie ragioni? Si è parlato della rottamazione di auto e frigoriferi. Perfetto. Ma ieri si sono fatti, comprensibilmente vivi, i signori del tessile abbigliamento (che con un fatturato di 18 miliardi superano i ricavi dei trasporti) per chiedere anche essi provvedimenti di defiscalizzazione. È un girone infernale, in cui si sostituisce al mercato la propria influenza politica. Il parmigiano e gli aiuti alle banche sono figli di un medesimo pragmatismo oggi molto in voga: tamponare gli effetti della crisi sull’economia reale.

Il punto è che si rischia, e i primi accenni si vedono tutti, di inceppare il meccanismo economico. All’interno degli stati nazione la battaglia è tra settori diversi. Ma a livello internazionale la sfida si sposta su un terreno ancora più scivoloso. Il caso delle banche francesi, ma non sono le sole, è dunque eclatante. Non sarebbe accettabile che una banca italiana fosse oggi preda di una francese, per il semplice motivo che non sarebbe frutto di una libera competizione di mercato, ma di un gioco truccato per le carte mal date dagli Stati Sovrani. Bnp Paribas acquistò, dopo lunghi scontri, l’italiana Bnl. Ma lo fece con una libera competizione di mercato.

Oggi la stessa banca con quale faccia potrebbe venire da queste parti a fare shopping? Seguendo questo filo di ragionamento lo Stato italiano intende dunque porre delle limitazioni alla libera circolazione dei diritti di proprietà, fondamento di una società libera. Si sviluppa così un percorso tortuoso e vizioso per cui si bloccano le regole della competizione. E il virus dei subprime, da pericoloso quale era, diventa davvero mortale.
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