Banche d’affari, è l’ora della pensione

Cambiano pelle Morgan Stanley e Goldman Sachs, i due colossi che hanno accompagnato un secolo di affari negli States. La sofferta decisione
per proteggersi
dai subprime. E i fondi
sovrani si fanno avanti<br />

da Milano

Nel regno di Wall Street non pare esserci più posto per le banche d’affari. Goldman Sachs e Morgan Stanley, le ultime superstiti di rango di quel mondo composto da grande finanza e onnipotenti società di brokeraggio che Oliver Stone portò sul grande schermo alla fine degli anni Ottanta, si sono arrese. Si sono trasformate in banche tradizionali con la benevolenza della Federal Reserve perché era l’unica strada per non essere distrutte dall’uragano subprime. Hanno rinunciato a una storia centenaria, per la precisione sono 139 gli anni di vita di Goldman Sachs e 73 quelli di Morgan. La conversione commerciale dei due big ha sancito la fine di un’epoca per la Borsa della Grande Mela. Secondo quell’idea di ritorno alla banca tradizionale, al servizio di famiglie e imprese che ha sempre predominato in Italia. Dove anche Unicredit, tra i nostri istituti quello con l’anima più internazionale, ha dovuto tornare sui propri passi e puntare sul retail. I mutui tossici, che hanno già distrutto Bear Stearns e Merrill Lynch, continuano a sferzare l’economia con troppa violenza perché Goldman e Morgan Stanley possano resistere da sole. Troppo pauroso, dopo che Bear Stearns e Merrill Lynch si sono consegnate a Jp Morgan e Bank of America, vedere Lehman Brothers fatta a brandelli da Barclays e Nomura. Quest’ultima ne rileverà le attività in Asia con un’operazione prossima ai 225 milioni di dollari. Così, mentre il Congresso sta discutendo il piano d’emergenza predisposto dalla Casa Bianca per l’intero sistema americano, le due big Usa hanno cambiato status, divisa, mentalità: non saranno più banche di investimento pure ma diventano istituti tradizionali. Non più, o perlomeno non solo grande finanza, ma depositi. I vincoli sul capitale saranno più stringenti, i margini raggiunti quando Wall Street sembrava una cornucopia di ricchezza resteranno lontani ma avranno una chance di sopravvivere perché potranno attingere appieno agli aiuti della Fed. «Sono state così vicine alla morte che qualcosa doveva per forza cambiare», commentavano ieri alcuni analisti notando come la conversione «commerciale» di Goldman e Morgan Stanley incorona la Federal Reserve come grande supervisore del sistema finanziario americano a dispetto del tentativo del segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, di preservare le strutture portanti di Wall Street. Quello che conta è che Goldman e Morgan avranno più tempo per organizzarsi e avranno più forza negoziale per eventuali fusioni: Morgan sarebbe in «trattative avanzate» per ottenere mezzi freschi dal fondo sovrano cinese Cic e da altri investitori. In pista anche Mitsubishi UfJ Financial Group, la principale banca commerciale giapponese, che vorrebbe acquistare fino al 20% del gruppo che affonda le proprie radici nella Jp Morgan Chase e ha lavorato a fianco della Banca Mondiale e simboli del capitalismo yankee come General Motors e At&T. Anche Goldman Sachs, pur cambiando radicalmente approccio, potrà proseguire lungo il solco tracciato nel 1869 da Marcus Goldman, ebreo tedesco immigrato negli Usa, poi alleatosi con il genero Samuel Sachs per creare quella che sarebbe stata una delle maggiori banche di investimento al mondo. Capace di sopravvivere al crac del 1929 focalizzandosi sui servizi alle aziende fino a divenire super-consulente dei governi di molti Paesi all’epoca delle grandi privatizzazioni. E «allevare», oltre a Paulson e Robert Rubin, il governatore di Bankitalia Mario Draghi, Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) e Romano Prodi.