Banche italiane al contrattacco: meno costi e stretta sui crediti

Lo choc occupazionale pianificato dalle grandi banche di investimento europee, pronte a lasciare senza stipendio 40mila famiglie, non è possibile in Italia, ma anche i grandi istituti di Piazza Affari devono rimediare alla compressione dei margini e disinnescare la mina dei crediti deteriorati (raddoppiati a fine marzo a 87 miliardi, secondo gli esperti di R&S Mediobanca).
Un possibile salto strategico per le cooperative è il modello della Banca Unica, appena adottato dal Banco Popolare, così dare una sforbiciata sia ai costi di governance sia a quelli di struttura: il gruppo di Pier Francesco Saviotti ha pianificato 1.120 esuberi e la riconversione di 8-900 addetti. E se il modello del «Bancone», anche in forma soft, fosse applicato alla Popolare di Milano di Massimo Ponzellini, secondo alcune stime potrebbe sollevare tra le 700 e le mille eccedenze. Ubi di Victor Massiah, pur mantenendo l’attuale struttura federale, ha invece preventivato 2mila uscite a fronte di mille assunzioni. A Brescia le trattative sono state aggiornate a settembre e sul tavolo c’è la nuova struttura commerciale.
Per quanto riguarda le due big del sistema, Unicredit ha tagliato nel 2010, mentre Intesa Sanpaolo ha appena trovato l’accordo per espellere, tra pensionati e prepensionamenti, 3mila dipendenti. Con tutta probabilità i tagli di Ca de’ Sass saranno però 5mila, anche per offrire un’alternativa ai 5mila lavoratori che l’ad Corrado Passera vuole togliere dagli uffici per rafforzare l’ala commerciale del gruppo. Venerdì Intesa approva la trimestrale e gli analisti calcolano un utile netto intorno ai 738 milioni (le stime oscillano tra 583 e 948 milioni) a fronte di un margine di interesse in discesa a 2,39 miliardi, mentre i ricavi sono visti in salita ai 4,3 miliardi.
Le prime sette banche del Paese assorbono quasi il 70% della forza lavoro del settore e la caccia alla clientela rappresenta la principale strategia in atto contro la crisi insieme alla severa stretta sul fronte dei finanziamenti. L’imperativo è migliorare la qualità del credito, sottolinea Alessandro Carpinella (partner della casa di consulenza Kpmg) anche perché il sistema ha una redditività prossima al 5%, contro il 6% garantito dai Btp a dieci anni drogati dalla speculazione internazionale. E in prospettiva i banchieri faticheranno a spingere il Roe al 6-7%, aggiungendo un sostanzioso «chip» all’andamento del Pil maggiorato dall’inflazione. Lo stock dei prestiti quindi resterà piatto: «Prima della crisi l’esposizione bancaria verso famiglie e imprese aumentava del 10-12% all’anno, malgrado l’economia crescesse dell’1-2%, e gli istituti di credito combattevano per prestare denaro anche a quanti offrivano in garanzia poco più di un progetto, ora questi due parametri si allineeranno», prosegue Carpinella aggiungendo come la stessa struttura generalista e la forte presenza retail abbia finora permesso alle banche della penisola di gestire il personale senza traumi generalizzati: ieri l’inglese Barclays ha annunciato 3mila tagli entro la fine dell’anno.
Dal 2000 ad oggi il Fondo esuberi, il principale ammortizzatore del settore da poco ridisegnato da Abi e sindacati, ha accompagnato alla pensione 36mila bancari, per la quasi totalità su base volontaria. Un «diritto» che le forze sociali sono riuscite a mantenere, pur in forma attutita, anche nella nuova versione del Fondo, evitando «licenziamenti mascherati con l’indennità di disoccupazione», sottolinea il leader della Fabi, Lando Maria Sileoni, secondo cui dal 2000 ad oggi c’è stata «troppa concertazione». Un messaggio trasversale per la vecchia guardia sindacale e per l’Abi, con cui resta irrisolto il nodo del contratto nazionale. Il punto di partenza è certo: «l’accordo firmato a Intesa non è esportabile perchè ogni gruppo ha le sue peculiarità», attacca Sileoni.