Banche a prezzo di saldo. Ma gli analisti non si fidano

Il male oscuro del credito ha distrutto negli ultimi quattro anni una ricchezza paragonabile a quanto era in grado di produrre la Grecia (in termini di Pil) prima del collasso: 250 miliardi di euro. Il calcolo si riferisce al crollo della capitalizzazione dei primi nove istituti di Piazza Affari che ieri valevano complessivamente 50 miliardi contro i 300 del giugno 2007. Prima la paura suprime e la recessione, poi l’ondata di panico sulla tenuta del debito sovrano europeo hanno travolto ogni misura, tanto che l’intera Borsa italiana «vale» intorno ai 365 miliardi, come la somma di due giovani società quali Google e Apple (366 miliardi).
La realtà è che la raccolta, gli impieghi, il cosiddetto «valore di libro», le pagelle europee sugli stress test su cui si era arrampicato il rimbalzo delle banche, sono oggi giudicati dettagli influenti, così come gli immobili o le opere d’arte nei caveau. Gli analisti, piuttosto, osservano con terrore la «soma» di Bot e Btp che grava sui bilanci del credito (titoli di stato e prestiti pubblici rappresentano il 5-15% dell’esposizione complessiva), temono che in Europa si chiuda improvvisamente il rubinetto della liquidità a breve termine dopo che sembra essersi prosciugata la fonte della raccolta «americana», molto utilizzata dalle banche francesi. Gli esperti sono convinti che la Bce non abbia i mezzi per ovviare a un mercato a rischio stallo e che con gli attuali rendimenti dei Btp, per le banche sia difficile indebitarsi a prezzi sostenibili e avere profitti, se non alzando il costo di mutui e prestiti.
A mancare è la fiducia e tutto va visto con la lente deformante del panico: i Bot e i Btp, considerati da generazioni di italiani dei bunker in cui stipare i risparmi, sono ora ritenuti dinamite pronta a esplodere. Il caso di Intesa, che a fine giugno mostrava una solidità patrimoniale invidiabile (10,2% il core Tier One) aiuta a capire la sindrome del mercato: Ca de’ Sass ha 64 miliardi di Bot e Btp e, spiegano gli analisti, se l’Italia non onorasse anche solo una piccola parte dei propri impegni, un pezzo del patrimonio di Intesa sarebbe spazzato via, con probabili nuovi problemi per Basilea 3. Un assurdo, ma sufficiente per indurre il mercato a «prezzare» Intesa appena 18 miliardi, malgrado abbia da poco raccolto dai soci 5 miliardi di mezzi freschi e abbia proprietà immobiliari in bilancio per 4,5 miliardi: case e terreni che però sarebbe difficile liquidare. La malattia è la stessa per Unicredit (che vale 18 miliardi e ha terreni o fabbricati «ad uso funzionale» per 5,5 miliardi), Monte Paschi o le due supercooperative Ubi Banca e Banco Popolare che quotano poco più dei 2 miliardi ottenuti dai rispettivi aumenti di capitale.