Le banche trasformano crac in utili

Gli istituti alle prese con l’aumento di valore di Parmalat e Fiat: seicento milioni di potenziali plusvalenze per i bilanci 2005

Marcello Zacché

da Milano

Da sole fanno 450 milioni. In gruppo superano quota 600. Sono le plusvalenze che il sistema bancario potrebbe conteggiare nei bilanci 2005 su due sole società che fino ad ora avevano portato più dolori che gioie: Parmalat e Fiat. E che adesso «rischiano» invece di dare una bella mano al conto economico dei grandi istituti italiani.
Con il prestito «convertendo» da 3 miliardi a Fiat le banche hanno perso 760 milioni. Anche se ne hanno recuperati 590 da commissioni (240) e interessi (350). La stima del buco Parmalat è nell’ordine dell’1,5 miliardi. Cifre accantonate nei bilanci 2003 e 2004. Ora, però, qualcosa tornerà indietro. Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia, ha dichiarato pubblicamente che «le partecipazioni in Fiat e Parmalat generano plusvalenze di 30 e di 100 milioni di euro». In altri termini, agli attuali prezzi di mercato Capitalia si trova con un guadagno potenziale sia sul Lingotto, sia su Collecchio. Nel primo caso la sottoscrizione di 425 milioni del prestito Fiat presenta, ai prezzi di ieri (7,7 euro per azione) una pluvalenza teorica di 31 milioni. E questo nonostante il prezzo di conversione (10,28 euro) sia maggiore di quello di Borsa. Infatti la stessa Capitalia ha già effettuato accantonamenti per 210 milioni. Mentre la performance del titolo Fiat degli ultimi mesi (era sceso fin sotto ai 5 euro) ha permesso la risalita.
Più complesso il calcolo per Parmalat, società che deve ancora tornare in Borsa, ma per la quale circola una valutazione «grigia» di 2,2-2,3 euro per azione. Capitalia, secondo il prospetto della quotazione, deterrà 88,6 milioni di titoli (5,75%) e attualmente il «credito» Parmalat rimasto sui conti del gruppo (dopo svalutazioni per 340 milioni), è intorno a quota 100: la metà delle valutazioni di mercato.
Per Sanpaolo e Intesa è il contrario: sono maggiori le riprese su Fiat rispetto a Parmalat. Un rapporto che dipende soprattutto dalla natura dell’esposizione verso Collecchio. Per il gruppo torinese la partecipazione al capitale sarà limitata all’1,75% e a fronte di 300 milioni di esposizione ne sono stati accontonati oltre 270. Ma alle valutazioni correnti la quota dell’1,75% vale più di 60 milioni, con una «plus» di 30. Per Fiat invece, i 400 milioni del convertendo sono stati svalutati per 167 (intorno ai 6 euro per azione), e oggi valgono 68 milioni in più.
Intesa è la banca per la quale, in termini assoluti, la ripresa di valore di Fiat e Parmalat vale di più: oltre 150 milioni, di cui 110 sul Lingotto e 40-42 sul gruppo alimentare. Una performance resa possibile dalla forte svalutazione (270 milioni su 650) del convertendo, e dall’abbattimento all’88% dei 360 milioni prestati a Parmalat. Di cui Intesa è oggi secondo azionista potenziale con il 2,51% del capitale.
Unicredit, che non ha quote Parmalat (anche se sul gruppo incombono cause di risarcimento per 4,4 miliardi), è la banca che ha trattato Fiat con maggiore fiducia: su 625 milioni erogati, ha effettuato rettifiche per 218. Il risultato è una plusvalenza nell’ordine dei 63 milioni.
Partecipano al gioco del convertendo anche Mps, Bnl, mentre Bpi ha una quota del 2,15% in Parmalat. Anche per loro la risalita delle quotazioni genererà qualche soddisfazione, nell’ordine (complessivo) dei 150 milioni.