Banche, tutto pronto per la «fase 2»

Con l’uscita di scena di Fazio i banchieri si preparano a una stagione di operazioni. Il nodo dei rapporti tra Intesa e Capitalia e l’attivismo dei grandi istituti cooperativi

Marcello Zacché

da Milano

In gergo si chiama «fase due». La «uno» è stata quella di Antonio Fazio, che si è chiusa l’altro ieri con le dimissioni del governatore dopo 13 anni nei quali il sistema del credito italiano ha assistito alla nascita dei tre grandi gruppi (Intesa, Unicredito e Sanpaolo Imi). È stata la fase della prima grande concentrazione, avvenuta sul filo dell’equilibrio con i disegni di Enrico Cuccia. Anche per questo l’uscita di scena di Fazio, a 5 anni dalla scomparsa del fondatore di Mediobanca, chiude realmente un’epoca. Ma già da quattro anni non si muove più nulla. L’ultima operazione, evocata dallo stesso Fazio nelle considerazioni finali del 2001, e cioè Mps-Bnl, è andata per tutta un’altra strada. E non è forse un caso che proprio dai destini di Bnl sia partita la tempesta che ha poi travolto Bankitalia.
Quello che è certo è che sono diversi i banchieri, oggi, pronti a muoversi. Anche se, al momento, mancano ancora due «dettagli»: il nome del prossimo governatore, e il colore del prossimo governo. Senza questi due elementi le idee non possono essere chiare. Comunque si possono individuare i due fronti principali: le grandi operazioni e le aggregazioni dei medi istituti. Entrambi hanno all’orizzonte un unico comune denominatore: le banche estere. Che premono per entrare in Italia e che premeranno ancor di più ora che il loro «nemico» Fazio se n’è andato proprio in seguito alle Opa lanciate da olandesi e spagnoli.
Sul primo campo gli attori sono in realtà tre, mentre il quarto, Unicredito, fa ormai storia a sé: con l’acquisizione di Hvb in Germania la banca guidata da Alessandro Profumo si è fatta la sua «fase due» scegliendo la strada internazionale, già battuta in est Europa da oltre 5 anni. In Italia mantiene la presenza forte in Mediobanca e c’è da scommettere che da lì non si muoverà, soprattutto per controllare da vicino le sorti delle Generali. Degli altri tre, il Sanpaolo è quello che sembra più vicino a seguire le orme di Unicredito: ci ha già provato in primavera con i francesi di Cdc. Ma il presidente Enrico Salza ha anche il problema di contenere le mire dei soci spagnoli del Santander, pronti a contare di più a Torino e per questo, se ce ne fosse l’opportunità, potrebbe guardare a un’operazione italiana che comporti una diluizione della presenza spagnola.
Intesa e Capitalia sono probabilmente i reali perni sui quali ruoterà il nuovo corso, guidati da due banchieri, Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, che più di tutti incarnano la convivenza tra la guida del gruppo e la gestione di posizioni di potere. Entrambi azionisti del Corriere della Sera, entrambi agganciati alle Generali (Intesa tramite Alleanza, Capitalia tramite Mediobanca), entrambi considerati, a torto o a ragione, politicamente vicini a parti opposte: prodiano Bazoli, più a destra Geronzi, unico tra i banchieri big a non essere andato a votare alle primarie del centrosinistra.
Di certo si può dire che Intesa giocherà la partita a tutto campo, presentandosi all’appuntamento dopo aver archiviato gli anni bui dell’inizio del nuovo secolo: con la gestione Passera l’utile è passato da 250 a 2 miliardi. E sono già state poste le basi per la crescita anche all’estero. Ma anche Capitalia si presenta alla fase due non più da preda, come si poteva pensare alla Banca di Roma di 4-5 anni fa, bensì da predatore, come ripetono dal vertice del gruppo. Anche se il suo possibile obiettivo, Antonveneta, è andato altrove. Mentre la Popolare di Lodi non sembra interessare. Il paradosso della situazione è che l’accoppiamento più sensato appare proprio quello tra Roma e una delle due banche del Nord, Milano o Torino. Paradossale perché sarebbe anche quello che creerebbe i maggiori problemi «politici» e di governance. E come tale ben difficilmente ipotizzabile.
Più facile, allora, pensare che il «la» alle danze arrivi dal settore delle Popolari, che vede nella Milano di Roberto Mazzotta, nella Pop Emilia di Guido Leoni (fresco dell’acquisizione delle casse cuneesi da Unicredit) e nella Verona di Carlo Fratta Pasini. I tre player più sani. Mentre la Vicenza di Gianni Zonin è pronta anch’essa a intervenire nel gioco e già ha dato segni di attività volgendo lo sguardo verso Intra.
Mazzotta predica da tempo l’opportunità di creare le basi per una super-Popolare. Un’idea che con Fazio non aveva sfondato, ma che ora potrebbe tornare d’attualità. Anche perché agli stranieri potrebbe piacere un settore che, con molta probabilità, in questa famosa fase due vedrà vacillare il voto-capitario. Baluardo difensivo che fino ad ora ha reso inespugnabili le banche cooperative.