Banche Usa tra le polemiche: ma in Borsa volano

Il trucco è vecchio quanto l’economia assistita: dichiarare che la propria azienda (o banca, o assicurazione) è in difficoltà, per ottenere aiuti o sovvenzioni pubbliche. Molti scandali, in Italia e non solo, hanno ruotato intorno a questo meccanismo abbastanza elementare. Ma negli Stati Uniti, nel pieno di un terremoto finanziario che ha il proprio epicentro nelle banche, alcuni istituti avrebbero approfittato in maniera opposta: fingendo di essere solidi e in salute, presupposto per accedere agli aiuti pubblici che, altrimenti, sarebbero stati loro negati.
Ieri si è appreso che l’ispettore generale del Tarp (Troubled asset relief program, il piano di finanziamenti per aiutare l’economia a uscire dalla crisi finanziaria), Neil Barofsky, sta indagando su alcune banche beneficiarie di fondi pubblici per verificare se abbiano in qualche modo alterato i propri conti per assicurarsi le risorse messe a disposizione dal governo allo scopo di stabilizzare il mercato finanziario e rilanciare il credito. Lo ha detto lo stesso Barofsky, spiegando che le istituzioni che hanno chiesto di accedere al Tarp «dovevano mostrare la loro solidità», e questo requisito potrebbe aver spinto alcuni a rivedere i propri conti, soprattutto per quanto riguarda l’iscrizione a bilancio di alcuni asset. L’indagine è partita soprattutto in virtù dell’alta attenzione da parte dell’opinione pubblica.
In parallelo, è polemica sugli «stress test», le «prove di tenuta» degli istituti di credito messi di fronte, con i loro conti, alle peggiori simulazioni di mercato. I risultati sono attesi per fine mese. Già nei giorni scorsi si erano diffuse anticipazioni ottimistiche sui risultati, ovvero sulla solidità delle banche; ma ieri vari analisti hanno rilevato che le modifiche decise per i criteri di valutazione, potrebbero rendere vani i risultati delle «prove». Secondo un economista di fama come Nouriel Roubini, gli stress test «avrebbero già fallito», perchè i tre parametri sui quali l’indagine è basata (crescita, disoccupazione e deprezzamento del valore delle case) nel primo trimestre del 2009 sono stati peggiori dello scenario più tetro previsto dalle autorità.
Nonostante tutto questo, Wall Street (ieri aperta ma debole) ha dedicato molta fiduciosa attenzione proprio al comparto bancario. A metà seduta Citigroup guadagnava l’11%, Bank of America il 7%, seguite, sempre col segno positivo, da Morgan Stanley e Goldman Sachs. Quest’ultima diffonderà oggi i risultati relativi al primo trimestre, e nei prossimi giorni sarà la volta di Citi e JP Morgan: l’appuntamento con i bilanci è cruciale per capire come stanno andadando i conti e, con loro, la crisi. Il clima sembra ottimistico, specie dopo la trimestrale della banca californiana Walls Fargo, che la settimana scorsa ha stupito tutti con 3 miliardi di utili a marzo e con l’integrazione di Wachovia, che procede in anticipo sui tempi previsti. Il clima è sostenuto anche dalle dichiarazioni di Barack Obama, che ieri ha riferito come una serie di importanti progetti per infrastrutture, parte del suo piano di stimolo all’economia, si stia realizzando più in fretta e a un costo inferiore del previsto.
La Borsa americana ha tuttavia fatto i conti con l’ipotesi di Chapter 11 per General Motors, e con il profit warning di Boeing. Intanto il petrolio è sceso di nuovo intorno ai 49 dollari al barile, dopo che l’agenzia internazionale per l’energia ha tagliato pesantemente le previsioni di richiesta per il 2009.