Banche&Immobiliaristi il crac di fine Ottocento

Anche allora le grandi istituzioni straniere puntarono sull’Italia. E andò male

da Milano

Non è la prima volta che accade. L’alleanza tra banche d’affari internazionali e costruttori italiani, pronti a muoversi aggressivamente immettendo nel sistema molta liquidità e operando così a favore di un deciso sostegno delle quotazioni degli immobili, è un fenomeno tutt’altro che inedito nella storia italiana. Certo i protagonisti e il contesto sono diversi. Ma le logiche hanno più di un punto di contatto. Ora, a contendersi a colpi di rilancio gli immobili di Pirelli Re, alias Carlo Puri Negri e Marco Tronchetti Provera, sono le tecnocrazie londinesi e newyorkesi quasi senza volto di Merrill Lynch e di Goldman Sachs, quest’ultima alleata con Francesco Gaetano Caltagirone. Anche nella seconda metà dell’Ottocento i capitali inglesi, francesi e tedeschi affluirono abbondanti sulla Penisola. Allora servirono a finanziare la costruzione dell’Italia unita, che nel giro di pochi anni cambiò letteralmente faccia alle sue città. Oggi queste operazioni rientrano in un trend più generale di espansione dei mercati immobiliari globali, in cui l’Italia si trova al traino ed è caratterizzata da progetti di riqualificazione urbana e di trading spinto degli edifici già esistenti. Gli immobili vicini al Castello Sforzesco a Milano, il meraviglioso lungomare di Napoli, la severa Piazza Statuto a Torino e la Roma Umbertina intorno a corso XX Settembre: tutto questo vide la luce dopo il 1870, anno della breccia di Porta Pia. Anche allora, salì la febbre a tanti. E, se oggi il termine «immobiliarista» viene associato sia allo stile sofisticato e alla piena presentabilità sociale di un Carlo Puri Negri sia alla vitale rozzezza di una categoria già implosa quali i new-comers alla Stefano Ricucci e alla Danilo Coppola, l’Italia che viveva l’eccitante avventura dell’unificazione era abitata da personaggi non meno interessanti. I duri e semisconosciuti gestori della Società Veneta di Costruzioni, che edificarono metà del Nord Italia, e uomini quasi balzachiani che mettevano insieme tratti da establishment con comportamenti da nouveaux entrepreneurs. Come Agostino Magliani, il ministro delle Finanze del governo Depretis che tra il 1883 e il 1884 andò nella City a trattare i prestiti che servirono a costituire le riserve per entrare nel gold standard. Magliani, uomo centrale della politica italiana ed espressione dell’alta borghesia partenopea, non esitò a gettarsi nella speculazione di pregio sfruttando i contatti allacciati a Londra: nella Roma nuova capitale, in un decennio segnato dalla prima globalizzazione dei mercati finanziari, investì e investì grazie ai soldi ottenuti a condizioni molto ma molto buone dai banchieri di Hambro’s, conosciuti nelle trattative condotte per conto del governo.
Nel suo complesso il meccanismo della bolla immobiliare, basato su prestiti internazionali e su fidi elargiti da banche italiane che a loro volta ottenevano liquidità dalle istituzioni finanziarie estere, si inceppò quando i tassi reali incominciarono a crescere inducendo nel 1887 gli istituti stranieri a ritirare in fretta e furia i fondi dall’Italia. I prezzi dei palazzi scesero e divennero insostenibili le garanzie bancarie basate su attivi dal valore decrescente. Nel 1893, all’improvviso venne giù tutto: fallirono molti costruttori e crollarono il Credito Mobiliare e la Banca Generale. Certo, ai nostri giorni nell’Italia e nell’Europa che vedono i massimi del settore immobiliare, le istituzioni a guardia del mercato e della sua stabilità sono molto più efficienti che a fine Ottocento. Ma anche oggi i tassi sono tornati a crescere.