Il banchiere che serve Dio e denaro

Quando nel 1984 lasciò McKinsey, la più famosa società di strategia e di consulenza manageriale, il boss gli fece il miglior complimento che abbia mai ricevuto in vita sua. «Vedete», disse agli ospiti intervenuti alla cena di commiato, «Ettore possiede una dote davvero rimarchevole: ha lo stesso numero di figli che noi in media abbiamo di mogli». E allora ne aveva solo tre.
Oggi di figli Ettore Gotti Tedeschi ne ha cinque e la sua fama di persona seria e molto riservata, ma tutt’altro che uggiosa, s’è incrementata in proporzione. Se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, la famiglia è stata senz’altro l’investimento più azzeccato di questo banchiere che ha compiuto 62 anni da pochi giorni, fondatore della filiale italiana del gruppo Banco Santander, il primo istituto di credito della Spagna, il secondo in Europa e il nono al mondo per capitalizzazione: tutti e cinque i figli sono laureati o laureandi, tutti e cinque parlano almeno tre lingue, e alcuni quattro come il padre, che esordì – unico italiano – alla Sema di Parigi, la Société d’économie et de mathématique appliquée voluta dal presidente De Gaulle.
Gotti Tedeschi non è solo il rappresentante del Banco Santander e il presidente della Santander Consumer Bank, che con le sue 70 sedi è la seconda banca di credito al consumo d’Italia. È soprattutto l’ambasciatore nel nostro Paese del potentissimo Emilio Botín, erede di quell’Emilio Botín y López che nel 1857 aprì un piccolo sportello con 13 impiegati nel capoluogo della Cantabria. L’hanno ribattezzato Ettore il Cattolicissimo, un complimento per un uomo d’affari che a Natale è solito regalare una plaquette fatta stampare per gli amici intimi, numerata a mano da 1 a 300, con meditazioni religiose distillate da lui e dalla moglie Francesca. Già docente di finanza all’Università Cattolica di Milano e di etica economica alla Statale di Torino, Gotti Tedeschi confessa che dopo aver svolto con successo i mestieri di consulente e di banchiere non gli dispiacerebbe dedicare l’ultimo tratto di vita al ruolo di intellettuale. Per cui s’è autoassegnato un incarico piuttosto impegnativo: dimostrare che anche il ricco, come il cammello, può passare dalla cruna dell’ago evangelico. Denaro e Paradiso è il titolo del libro che ha scritto per Piemme con Rino Cammilleri, al quale fa ora seguito Spiriti animali. La concorrenza giusta, un volume-intervista in collaborazione con Alberto Mingardi, edito dall’Università Bocconi.
La sveglia di Gotti Tedeschi squilla alle 5. Alle 5.40 il banchiere è già al volante della sua Bmw X3. Da Piacenza, dove abita, si reca a Milano. «Arrivo in ufficio intorno alle 6.30. A quell’ora non c’è ovviamente nessuno ad aprirmi, per cui mi è capitato di far scattare l’allarme». Legge i quotidiani per un’ora e mezzo. Verso le 8 saluta e se ne va. Lo aspetta il momento più importante della giornata: la messa.
Dove?
«A San Babila. Finita la celebrazione torno in ufficio, ovviamente».
Quante ore lavora al giorno?
«Minimo 10. Ma se non trovassi il tempo per andare a messa ogni mattina mi sentirei uno squilibrato. Tutte le persone che lavorano con me lo sanno. Da una vita scelgo gli alberghi in funzione della chiesa più vicina. A Londra, per esempio, scendo allo Sheraton Park Towers perché lì accanto, proprio di fronte ai grandi magazzini Harrods, c’è la chiesa di San Filippo Neri, dove si celebrano messe ogni mezz’ora, alcune anche in latino».
Quante ore della sua giornata dedica a Dio e quante al denaro?
«Cento per cento all’uno e 100 per cento all’altro. Dio è sempre presente in tutto quello che faccio».
Che cosa pensa della povertà e dei poveri?
«Se oggi attuassimo uno sviluppo economico vero, etico, non turbocapitalistico, assisteremmo al crollo della povertà. Pensi a che cosa è stato capace di fare Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, col microcredito. E tutto cominciò trent’anni fa da un prestito di 27 dollari suddiviso fra 47 poveri di un villaggio del Bangladesh. Oggi la sua Grameen bank ha importi finanziati per 6 miliardi di dollari. Straordinario».
Un miracolo.
«Che allevi galline o che commerci stoffe usate, anche nella persona più povera e ignorante del Terzo mondo c’è una scintilla di creatività che va sostenuta. Il meglio di noi stessi produce valore. La ricchezza, per distribuirla, bisogna prima crearla. Il fondatore dell’Opus Dei diceva che il denaro non serve se è poco».
È davvero sicuro che si possa andare in paradiso avendone accumulato molto?
«Tutto sta nel fissare le proprie regole del gioco, non nell’accettare quelle imposte dagli altri. Il denaro è un mezzo, che può fare un’infinità di bene. Dipende dal senso che gli dai, da come lo fai e da come lo spendi. Le persone devono imparare a essere generose con i loro soldi. Non si fanno scuole, università, ospedali con l’elemosina da 50 centesimi».
Un amico missionario in Brasile mi spiegava che chiese e oratori si costruiscono con le preghiere dei ricchi e i soldi dei poveri.
«Padre Piero Gheddo la pensa al contrario: aiuta i ricchi a santificarsi portandogli via un sacco di soldi. Perché invece nessuno insegna ai ricchi a essere generosi? Essere ricco non è un demerito, essere povero non è un merito. Il ricco Epulone non finì all’inferno per colpa dei soldi, ma per aver lasciato al povero Lazzaro solo le briciole che cadevano dalla sua mensa imbandita. Cristo ha avuto bisogno dei ricchi: dalle donne benestanti che lo mantenevano a Zaccheo, che rinunciò alla metà dei suoi beni, fino all’apostolo Matteo, che era un gabelliere».
«La brama di denaro è alla radice di tutti i mali», scrive San Paolo.
«Bramare il denaro significa considerarlo un fine, non un mezzo. Se diventare ricco diventa un fine, sei fottuto».
Che cosa non le piace del cattolicesimo pauperista di un padre Alex Zanotelli?
«Non mi piace l’inversione delle priorità. La prima carità è quella eucaristica, come insegna Benedetto XVI: portare agli altri la fede, il corpo di Cristo. La materia un giorno finirà, lo spirito no. Chi non ci crede vuol dire che non è cattolico. Prima bisogna nutrire l’anima e poi la carne. Altrimenti i preti diventano sì e no dei sindacalisti».
Bertolt Brecht teorizzava che svaligiare una banca è niente rispetto al fondarne una.
«Nel ’68 teorizzavano pure che rubare libri era come cogliere le margherite nei prati. Il fatto è che dentro la banca ci sono i soldi degli altri, i risparmi di tanta povera gente. I ricchi non mettono il denaro in banca, lo investono in attività reali e garantite. Chi aiuterebbe lo sviluppo economico se non ci fossero gli istituti di credito?».
Ma la sua Consumer Bank non contribuisce più che altro all’indebitamento dei poveri?
«Anche il credito al consumo è solo un mezzo, uno strumento utile. Come il coltello a tavola: bisogna imparare a usarlo. Non tutti hanno la fortuna di poter risparmiare. Ci sono coppie di giovani che non si sposerebbero se non potessero pagare i mobili a rate. Ci sono anziani che si curano negli ospedali, grazie al credito al consumo».
Il professor Pierangelo Dacrema, piacentino come lei, economista bocconiano che per dieci anni ha speculato in Borsa e ora è docente universitario, mi ha spiegato che «il denaro è troppo volgare ed esplicito per avere qualcosa di etico».
«Non esistono strumenti etici o non etici. L’eticità è nell’uomo che li usa».
«Il modello insuperabile è Francesco d’Assisi, che si spogliò del denaro e anche dei vestiti. Lo spirito è distratto dal denaro», sostiene Dacrema.
«La scelta ascetica di San Francesco è una delle vie alla santità, non la via. Puoi santificarti allontanandoti dal mondo oppure restandoci e cercando di correggerlo. Mi dica: è più santo l’eremita che si chiude in una grotta o il medico, il giornalista, l’operaio che cercano di essere coerenti nella vita di tutti i giorni? È molto più difficile diventare santi restando nel mondo».
Milioni di individui, grosso modo un terzo dell’umanità, non stanno producendo nulla di utile: sono dediti unicamente alla manutenzione del denaro.
«Le persone inutili sono quelle che lavorano per una competizione sbagliata imposta dagli Stati. Nel mercato libero le cose inutili durano dieci giorni».
Comunque qualcosa di sbagliato dev’esserci nei soldi, se coloro che ne possiedono parecchi tendono, salvo rare eccezioni, a nasconderli, a fingersi poveri.
«È un istinto buono: si vergognano d’essere stati troppo fortunati. Che differenza c’è fra chi riesce a produrre ricchezza e chi, pur dando il meglio di se stesso, non ci riesce? Solo la fortuna. Guardi me: sono stato fortunato quando ho conosciuto mia moglie, fortunato ad avere cinque figli, fortunato a conservarmi un lavoro. Una sequela incredibile di benedizioni».
I giornali associano il suo nome all’Opus Dei.
«L’unica connotazione che accetto è quella che scaturisce dal mio comportamento. Ero un credente superficiale. Mi sono convertito negli Anni 60 dopo aver conosciuto Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza cattolica, una delle dieci persone che hanno cambiato la mia vita. Gli devo molto. Come devo molto a Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison, a Manolo Varela, vicepresidente del Santander, e al compianto Gianmario Roveraro».
Perché Roveraro fu assassinato?
«Lo ignoro. Non ci frequentavamo dal ’91, dopo la nostra rottura, avvenuta per incomprensioni. Ma lo ricordo come una persona fuori dal comune, che mi ha voluto molto bene».
Quanti santi ha conosciuto nel suo ambiente?
«Tantissimi. Il santo nella professione non è chi ha raggiunto l’aureola, ma chi lotta per arrivarci».
Il traguardo indicato dall’Opus Dei.
«Per questo apprezzo la spiritualità dell’Opus Dei».
Perché si parla tanto male dell’Opus Dei allora? L’autore del Codice da Vinci l’ha raffigurata come una setta dedita addirittura al delitto.
«Quando si vuole delegittimare un’autorità morale molto forte, non resta che una via: la calunnia. Tutto previsto da Gesù: “Vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”».
Il Corriere della Sera ha scritto che lei dialoga di preferenza con Giulio Tremonti ma ha un filo diretto anche con Romano Prodi.
«Mai fatto politica. Sono amico personale di Tremonti e più che da Prodi sono stato per anni affascinato dal suo maestro, Beniamino Andreatta. Nino mi ha fatto capire la politica con una visione strategica che in vita mia non ho ritrovato in nessun’altra persona. Fui l’ultimo a pranzare con lui il giorno dell’ictus che lo ridusse in stato vegetativo. Gli ero molto affezionato. Il figlio Tomaso, che ha lavorato due anni con me, mi aveva proposto di andare a trovare suo padre in rianimazione. M’è mancato il coraggio di farlo, e me ne rammarico. Se ci fossi andato, gli avrei parlato. Nei sette anni di coma, i suoi congiunti non hanno mai smesso di parlargli. Lo vedevano come un cristallo blindato: lo picchi col martello e non succede niente, poi un giorno tocchi col pennino il punto di vulnerabilità e il cristallo si frantuma. Sua moglie ha lottato fino all’ultimo giorno, cercando quel punto nel cristallo».
Altro che staccargli la spina.
«L’eutanasia... Quando finisce il diritto naturale, puoi fare sull’uomo qualsiasi cosa. Siamo in una situazione paradossale: i valori cristiani vengono rivendicati non dai credenti, che si mostrano timidi, ma da laici agnostici o atei, come Giuliano Ferrara, Massimo Cacciari, Marcello Pera, i quali hanno ben compreso il pericolo incombente sulla civiltà occidentale fondata dal cristianesimo. È in atto una rivoluzione antropologica che tende a ridurre l’uomo a poco più di una bestia. Possibile, si chiedono questi atei devoti, che l’autorità morale cattolica non si faccia sentire? E ha visto come ha cominciato a farsi sentire».
Si riferisce a Benedetto XVI?
«E a chi sennò? Sei mesi prima che diventasse pontefice, ero a casa di Gaetano Rebecchini con Francesco Cossiga e ho avuto il privilegio di poter discutere per due ore e mezzo col cardinale Joseph Ratzinger di globalizzazione, un fenomeno nato dall’istinto dell’uomo a interloquire con i propri simili in qualsiasi parte del mondo attraverso la cultura, gli affari, i commerci. Questo però comporta l’omogeneizzazione culturale dei popoli. Nelle culture aleggia un qualcosa che noi vogliamo demonizzare: il concetto di bene e di male. Solo la religione ti spiega che cos’è bene e che cos’è male. Lo scontro fra civiltà sarà uno scontro fra religioni che hanno mantenuto vivi i concetti di bene e di male, non fra quelle che li hanno relativizzati diventando etiche laiche».
Non riguarderà i protestanti.
«E neppure i buddisti. Perché in punto di morte Voltaire, Carducci, Pertini, persino Oreste, il farmacista ateo del film Per grazia ricevuta, sentono il bisogno di chiamare un prete, anziché un monaco zen? Perché solo la religione cattolica ti dà la speranza della vita eterna».
Come mai oggi vengono rimessi in discussione tutti i principii riguardanti famiglia, procreazione, diritto alla vita?
«È come la legge di Gresham in economia: la moneta cattiva scaccia quella buona. Dobbiamo coesistere con la morale dei Paesi nordici... Ma l’Europa di Schumann, di Adenauer, di De Gasperi, di Monet non è quella di Chirac, che ha cancellato duemila anni di valori cristiani per propugnare che tutto ha avuto inizio con la rivoluzione francese».
Preferisce l’Europa di Benedetto.
«La religione cristiana è la religione più razionale che ci sia. La teologia si fonda sulla logica deduttiva, sul sillogismo aristotelico, e costringe gli uomini a ragionare fin dal primo momento: perché Dio ci ha creati? che cosa vuole da noi? Persino i pochi dogmi sono stati discussi nei secoli in decine di concilii. Il mistero non è imposto, ma affrontato con logica cartesiana. Keplero, Galilei, Newton guardavano la Creazione come si guarda un manuale. Viviamo di fede e di ragione: dobbiamo andarne orgogliosi. Ci ha creati per capire tutto ciò che è stato fatto intorno a noi».
(369. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it