Il Banchiere dello Ior: «Il San Raffaele rinascerà Soldi dei privati e un concordato per salvarlo»

MilanoSe la crisi del San Raffaele somiglia sempre di più a un romanzo di Dan Brown, un ruolo da protagonista va senza dubbio a Giuseppe Profiti: banchiere di fiducia della Santa Sede, che ieri arriva in tribunale a presentare il piano di salvataggio dell’ospedale e affronta quei caimani dei cronisti giudiziari senza sbagliare una parola e senza scomporsi neanche davanti alle domande più cattive. Come quando gli chiedono se qualcuno dei nuovi consiglieri sia già sotto inchiesta («mi auguro di no anche perché non hanno avuto il tempo di fare niente di male»), o come don Verzè stia prendendo il piano che smembra la sua creatura («Ha votato a favore, lo ha percepito come una rinascita e un nuovo ciclo»), o se analizzando le carte abbiano trovato traccia dei cento milioni che venivano dissipati ogni mese («a noi risulta che siano venticinque»).
«Abbiamo fiducia, altrimenti non staremo lavorando cosi intensamente da tre mesi», dice Profiti. Ma sa che per sperare di evitare il fallimento, il nuovo board controllato dal Vaticano e dai Malacalza deve convincere anche la Procura e, soprattutto, il tribunale fallimentare. E questo non è scontato, perché la presentazione del piano non impedisce che la Procura insista nella richiesta di fallimento avanzata il 23 settembre scorso, e che verrà esaminata domani dal tribunale. Ma è indubbio che la presentazione della richiesta di concordato preventivo e del piano di salvataggio (supportata dal parere positivo rilasciato a tempo di record dai due attestatori indipendenti Angelo Provasoli e Mario Cattaneo) costituisce il primo passo concreto verso una speranza di salvezza.
«Razionalizzazione delle infrastrutture e delle tecnologie per la ricerca», ingresso di nuovi soci, taglio dei rami secchi: questi, ha spiegato Profiti uscendo dalla cancelleria, sono gli assi portanti del piano. Ma ha anche confermato che a sopportare i costi del salvataggio, nel piano Ior-Malacalza, saranno anche e soprattutto i creditori non privilegiati, a partire dai fornitori, cui il San Raffaele deve centinaia di milioni e cui verrà chiesto di rinunciare a quasi metà del denaro. E che dovranno ora scegliere se accontentarsi, o votare contro l’ipotesi di concordato spingendo inesorabilmente la Fondazione Monte Tabor al fallimento.