Il banchiere, i balordi e il mistero di quell’affare

Era in difficoltà economiche? Per gli amici no. A tradirlo sarebbe stata l’ingenuità

Angelo Allegri

da Milano

«Sono un uomo rovinato, completamente rovinato». La soluzione del giallo che circonda la fine di Gianmario Roveraro potrebbe essere nascosta in queste parole, pronunciate dal finanziere scomparso a colloquio con un amico, poco più di un mese fa, e da questi riferite a un giornalista. La rovina a cui Roveraro fa cenno non dovrebbe però essere economica. «A quanto ne so il suo patrimonio è intatto», spiega uno dei soci. «Se avesse avuto dei problemi avrebbe cercato di smobilizzare qualche cosa, di procurarsi della liquidità. Con la sua storia non avrebbe avuto difficoltà a procurarsi dei prestiti. E invece non mi risulta nulla di tutto questo». La capacità finanziaria di Roveraro è del resto dimostrata dalla reazione di Floreana Saldarini, la manager di Alter Sim che riceve il fax con cui Roveraro dispone la vendita di titoli per un milione di euro. Interrogata dagli inquirenti dirà di essere rimasta stupita dalla singolarità della procedura, ma non dall’entità della somma, considerata evidentemente del tutto normale per un uomo dal patrimonio solido come quello dello scomparso.
A motivare chi non crede a ipotesi di difficoltà finanziarie è poi l’approccio di Roveraro negli investimenti. Il manager vicino all’Opus Dei viene descritto come meticoloso e prudentissimo, sempre orientato alle soluzioni meno rischiose. Negli ultimi anni la sua attività prevalente era stata quella dei servizi immobiliari. Roveraro si occupava di intermediazioni e valutazioni. L’ultimo affare che stava trattando era la vendita del palazzo di Gucci in via Montenapoleone 12, per cui avevano già dichiarato il proprio interessamento numerosi fondi. Anche in questo caso si trattava di un’attività significativa ma di respiro finanziario limitato: il finanziere non vendeva o acquistava in proprio. La società più significativa, la Yard srl, nel 2003 ha realizzato un utile modesto, circa 70mila euro, su un giro d’affari di tre milioni scarsi.
Per chi gli era più vicino la «rovina» riferita da Roveraro non era dunque legata al patrimonio ma a qualche cosa d’altro. Magari alla consapevolezza di essere finito prigioniero di una rete di contatti pericolosi. E in effetti resta un mistero come avesse avviato le frequentazioni con i protagonisti della vicenda che ha portato alla sua morte. Il finanziere Francesco Micheli lo ha descritto come una persona di grande acutezza finanziaria, ma anche di una grande «ingenuità» personale. In molti, tra chi lo ha frequentato, concordano.
Sotto voce c’è chi ha parlato di contatti con alcuni avvocati siciliani «a rischio». E in effetti Roveraro alla fine degli anni ’90 fu liquidatore di alcune «strane» società palermitane, attive in settori per lui inconsueti: dalla compravendita di auto alle ristrutturazioni di immobili. Ma anche qui c’è una spiegazione: collaborò con lo studio di due professionisti milanesi, a lui molto vicini, Francesco Cesarini e Paolo Gualtieri, alla liquidazione del gruppo di un imprenditore considerato in odore di mafia. Un’attività a cui era stato chiamato dalle banche creditrici di Rappa, Banco di Sicilia e Sicilcassa, svolta in collaborazione con Procura e Banca d’Italia.